Il 20 gennaio 2009, in diretta da Washington, abbiamo ascoltato il giovane ed energico Barack Obama declamare il discorso di insediamento come 44° Presidente degli Stati Uniti d’America. Con una “macchina politica” ed una capillare rete di collaboratori internettiani, Obama ha voluto che il discorso fosse ascoltato dal maggior numero di americani, dando una sostanziale impressione di elezione faraonica, con tanto di inno, musiche, concerti e lo sventolio di migliaia di bandierine patriottiche.
Il messaggio principale del discorso non è stato tanto verbale e sui contenuti, ma soprattutto visivo, poiché radunando a Washington oltre due milioni di americani, di tutte le etnie, ha voluto trasmettere un messaggio di unità e di forza, richiamando altresì i valori antichi dei padri fondatori e della fede.
Con la “spocchia” tipica dei leader USA, ma con l’onestà intellettuale di uomo venuto dal basso, ha riassunto in venti minuti non un programma di governo, ma alcune parole chiave per continuare a sperare nel sogno di supremazia americana sul mondo.
Pur riconoscendo ad Obama una capacità comunicativa indiscussa, ha recitato un collage di retorica frutto dei migliori discorsi di ex leader quali J.F. Kennedy, Martin Luther King e Lincon, ma non ha chiesto ad esempio scusa dei disastri bellici che continua a promuovere imputando una presunta “necessità” di democrazia nei paesi islamici, né per i recenti imbrogli finanziari prodotti dal sistema bancario USA e dalla Federal Riserve che ha appoggiato il flop finanziario (occultando le bugie degli amministratori bancari) e contribuendo ad indebolire il mercato azionistico europeo, con conseguente ricaduta negativa sui portafogli bancari italiani.
Ha fatto riferimento alla Fede e al nome di Dio, a cui si è rivolto una decina di volte in venti minuti di discorso, ma non è stato altrettanto coerente poiché ha impostato il discorso d’insediamento come un “salvatore” del mondo, capace di tendere una mano anche ai paesi islamici.
Quindi anche se stamattina molti media gridano “W Obama”, non mi sento di appoggiarlo né tantomeno di condividere, in tempi in cui soprattutto l’america è in forte crisi economica, l’approccio tipico dei monarchi e dei faraoni.
di Mario Martinelli


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24 gennaio 2009 alle 01:18
Anche io ho avuto la stessa sensazione che è amplificata da un’altra sensazione: quella di vivere in una specie di scenario hollywoodiano.
Obama ha ovviamente dalla sua, il fatto di essere: giovane, outsider (cioè sconosciuto,ora ex-sconosciuto) e scusate se azzardo, di colore.
Fin qui, nessun problema.
Il fatto è un altro: Obama non è stato finanziato SOLO da semplici cittadini.
Infatti basta vedere chi ha finanziato la sua campagna elettorale, la più costosa nella storia (987 milioni di dollari), per rendersi conto che sono gli stessi di Bush, di McCain, e di molti altri.
Per saperlo basta andare sul sito del “Centre For Responsive Politics”, Organizzazione Non governativa statunitense che si occupa di monitorare tutti i contributi alla politica (dalla più piccola Town del Texas, alle prsidenziali).
Il sito è http://WWW.OPENSECRETS.ORG
Tra i principali ci sono: la Lehmann Brothers (la banca fallita, una tra quelle ad aver causato questa crisi), la Goldman Sachs; Jp Morgan Chase, l’Unione delle Banche Svizzere, e molte altre ancora.
In conclusione: Obama cambierà la politica americana nella forma, nello stile. Ma non nella sostanza. Non credo proprio.
25 gennaio 2009 alle 13:32
Non mi sento un obamaniano/obamaniaco, ma vorrei sottolineare che il neo presidente degli States ha portato avanti una campagna elettorale cavalcando proprio l’onda del crack economico: criticando aspramente il sistema finanziario e il liberismo di stampo post-fordista attualmente dominante nel mondo, tenendo una linea politica più vicina allo sviluppo della produzione più che a quello del capitale, e questa mi pare una cosa positiva. Per la guerra in MO, ha confermato Gates al Pentagono, è vero!, ma bisogna ricordare che gli USA sono un paese in guerra; ed inoltre l’obiettivo dichiarato è quello di chiudere la fase Iraq/Afghanistan (anche se non ci sono previsioni riguardo all’Iran). Il rilancio delle fonti d’energia rinnovabili infine è un vero terremoto a stelle e strisce, se pensiamo a quanto l’America è dipendente dal petrolio; eppure Obama vira in direzione delle rinnovabili commentando la necessità di “sganciarsi” dall’oro nero, e anche questa è una cosa positiva.
Era prevedibile, ad ogni modo, un discorso d’insediamento non troppo distante dal “sentimento comune” dell’americano medio: ora è il presidente di tutti! Ma l’annuncio della chiusura di Guantanamo e il monito severo all’utilizzo della tortura appaiono già un buon inizio, no? Per il resto: vedremo…