Ho sempre coltivato la segreta certezza che dare inchiostro e voce alle proprie opinioni sia una grande opportunità anche se, di questi tempi, non scevra da un certo grado di rischio. Eppure arriva il momento in cui tacere diventa una colpa e “affilare la penna” un dovere. Non solo della propria dignità di giornalista, ma anche della propria coscienza di cittadino costretto ad assistere, inerme, alla completa deriva dei valori posti a fondamento della stessa impalcatura costituzionale.
Alla parabola terrena di leggi ad personam, decretini ad listam, manipolazione dell’informazione, attacchi continui alla magistratura e al capo dello Stato il regime berlusconiano ha aggiunto un episodio dai risvolti tragicomici, più tragici che comici, durante la conferenza stampa del PDL del 10 marzo dedicata al caos liste.
Rocco Carlomagno, freelance dell’informazione, ha tentato invano di porre al premier una domanda sullo scandalo che ha travolto Guido Bertolaso e la protezione civile da lui guidata. Ma la pazienza di un leader ormai al collasso e in discesa libera nei sondaggi si è dissolta nel giro di un attimo. Tanto è bastato perché il ministro della Difesa La Russa applicasse alla lettera il suo mandato e si scagliasse sul malcapitato cronista con particolare veemenza, cercando di farlo uscire dalla sala con vere e proprie dimostrazioni di forza fisica.
Berlusconi, dal canto suo, ha dato sfoggio di un malcelato nervosismo, indirizzando insulti e offese al giornalista, colpevole di aver posto una domanda non gradita. Ed è proprio qui la sostanza dell’intera vicenda, sicuramente destinata ad avere una vasta eco sui giornali italiani e internazionali: il giornalista è stato “punito” perché, nel regno di Berluscolandia, affrontare questioni scomode, esporsi in prima persona per la ricerca della verità sono considerate azioni sovversive. E forse lo sono, se per azioni sovversive si intendono quelle operazioni destinate a sovvertire, quindi a capovolgere, un sistema rigidamente determinato come quello che, di giorno in giorno, sta rendendo la libertà di informazione in Italia un pallido ricordo.
Come ci insegnano i colleghi d’oltreoceano, il ruolo del giornalista si giustifica essenzialmente alla luce dell’attività di controllo del potere che è in grado di svolgere. In Italia invece, ad essere controllati, raramente sono i politici. Molto spesso i giornalisti. E ciò che all’estero sarebbe impensabile, in patria diventa routine se non largamente accettata, quantomeno largamente subita. Il primo telegiornale nazionale può permettersi il lusso di “confondere” la prescrizione dell’avvocato Mills con la sua assoluzione, senza che ci sia una rettifica o una dichiarazione di scuse da parte del direttore Minzolini.
Il rischio è che prima o poi ci si abitui a tutto, anche a vedere un giornalista che rivolge domande sgradite al premier assalito verbalmente e fisicamente. Su questo fronte gli scagnozzi di Berlusconi sono già scesi in campo con una linea d’azione ben decisa, da fare invidia al centrosinistra perso nella sua mancanza di sinergie: addossare la colpa al giornalista. E già a tarda sera, su Raitre, un’esponente del centrodestra affidava ai microfoni di un basito Maurizio Mannoni la sua personale invettiva al protagonista della vicenda, etichettato come maleducato perché non rispettoso del suo turno.
Non c’è dubbio che questa ennesima caduta di stile di un leader in procinto di esalare il suo ultimo respiro politico e dei generali ai suoi ordini abbia varcato un punto di non ritorno. Non è ammissibile che in un paese democratico si arrivi ad aggredire fisicamente un cittadino nella sua attività di cronista. E’ il colpo di coda più aberrante cui il berlusconismo agonizzante ci ha costretto ad assistere. Un sistema politico ormai allo sbando, incrinato nei consensi, impegnato in un continuo braccio di ferro con il Colle, travolto dagli scandali dei suoi rappresentanti. Un governo su cui il sole del consenso sta definitivamente tramontando. Che tramonti, allora, una volta per tutte. Che ci sia il tanto promesso ricambio generazionale a livello partitico e che i giornali e i giornalisti tornino a fare il loro lavoro. Senza pericolo per la loro incolumità e con il necessario orgoglio che questa professione – missione comporta.
di Valeria Nevadini
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11 marzo 2010 alle 14:50
Non sono d’accordo.
Nel senso, certo che non si può “picchiare” una persona che sta agendo solo con la parola.
Ma non esiste che un giornalista salti il turno e proponga la sua domanda parlando sopra ad un proprio collega (anzi una propria collega).