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	<title>Redazione &#187; cultura</title>
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	<description>Blog a cura dei redattori del giornale online www.abitarearoma.net</description>
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		<title>Il dialogo islamo-cristiano: un problema di cultura (e di lingua)</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Apr 2009 19:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[Borrmans]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa sono stato testimone, insieme ad un manipolo di altri studenti e ricercatori, di un seminario di padre Maurice Borrmans(*), della Congregazione dei padri Bianchi, sul dialogo islamo-cristiano e sull&#8217;incontro/scontro tra queste due antiche e solide culture. In questi ultimi anni si sono sviluppati, nell&#8217;immaginario comune, una serie di particolari stereotipi e modelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa sono stato testimone, insieme ad un manipolo di altri studenti e ricercatori, di un seminario di padre Maurice Borrmans(*), della Congregazione dei padri Bianchi, sul dialogo islamo-cristiano e sull&#8217;incontro/scontro tra queste due antiche e solide culture.</p>
<p style="0cm;">In questi ultimi anni si sono sviluppati, nell&#8217;immaginario comune, una serie di particolari stereotipi e modelli deformi della cultura araba e dell&#8217;islamismo, che hanno alimentato – non senza l&#8217;ausilio di alcuni partiti politici e gruppi sociali – pregiudizi e paure infondate del tutto privi di ragionevolezza. Parole come “fondamentalismo islamico”, “shari&#8217;a”, perfino “musulmano” hanno assunto, oggi, connotazioni quasi completamente negative.</p>
<p style="0cm;">Padre Borrmans ci spiega che in fondo non è così. E che se vogliamo trovare spazio per un dialogo cristiano-musulmano dobbiamo innanzitutto liberarci da simili condizionamenti, e ricominciare il processo di conoscenza. Riscoprire l&#8217;altro. E superare il primo problema, strettamente tecnico, che si pone: la lingua.</p>
<p style="0cm;"><span id="more-131"></span>Forse pochi di noi ci hanno mai pensato, ma la lingua è un problema enorme. Una rupe che si staglia tra noi e gli altri (diversi da noi), piena di minuscole aperture che lasciano intravedere solo una minima parte del mondo che v&#8217;è al di là. Immaginando di non avere a disposizione altro che un cucchiaio, ciò che dobbiamo fare è cercare di sbordare questi fori, allargandoli in modo da farli convergere in aperture sempre più grandi. Perché solo in questo modo è possibile distinguere con chiarezza un universo simbolico e semantico che non abbiamo mai conosciuto e che, per questo, non possiamo interpretare.</p>
<p style="0cm;">Dunque la lingua è il primo ostacolo. Ma per comprendere e saper usare una lingua occorre necessariamente scoperchiare un pentolone di storia, tradizioni, usi, proverbi, consuetudini, e poi ancora norme morali, politiche, sociali, e soprattutto (nel caso dell&#8217;islamismo) la fede religiosa: il Corano (la “Bibbia” dell&#8217;islam), la Sunna (il “codice di comportamento”, una sorta di “vangelo” del profeta Maometto), la shari&#8217;a (o “legge”, intesa in termini naturali, o meglio divini&#8230; che da noi equivale pressappoco alla parola del Signore, irraggiungibile e intangibile).</p>
<p style="0cm;">Già solo queste poche righe basterebbero ad inquadrare l&#8217;enormità del problema della conoscenza di una cultura diversa dalla nostra che, come sottolineò Claude Lévi-Strauss (che non è quello che ha inventato i jeans, ma un antropologo e filosofo francese dei primi del Novecento. N.d.a.), non si può guardare dal nostro punto di vista (cioè dal punto di vista della nostra morale, dell&#8217;etica, delle nostre consuetudini e tabù). Senza entrare troppo nello specifico, inoltre, è bene considerare anche un passaggio di Ernesto De Martino – insigne etnologo coetaneo di Claude Lévi-Strauss – che punta l&#8217;attenzione sugli elementi irrazionali inscindibili dal fenomeno religioso (cioè da quegli elementi non spiegabili e non definibili che ogni religione porta necessariamente con sé), e che ogni cultura declina poi a modo suo, in base a ciò che ha valore per il popolo soggetto religioso, alla dimensione geografica dell&#8217;ecumene, al grado di apertura all&#8217;esterno, alle spinte interne (di ogni tipo).</p>
<p style="0cm;">Ma, tornando al problema della lingua, Borrmans ricorda come, ad esempio, il termine “tradizione” se tradotto letteralmente provoca una naturale incomprensione, una aberrazione congenita (direbbe Umberto Eco). I codici linguistici (cioè quelle regole che legano un termine ad uno o più significati) differiscono non solo per significato, ma anche per “peso” all&#8217;interno della frase; di conseguenza ciò che per noi ha un certo “spessore filosofico” all&#8217;interno del dialogo, per l&#8217;altro può non averlo o averlo in misura molto minore oppure differente. Per comunicare il senso profondo (occidentale) della parola “tradizione”, allora, padre Borrmans ha dovuto sfogliare il dizionario linguistico-culturale arabo e scegliere il termine “storia”, che aderiva meglio all&#8217;idea.</p>
<p style="0cm;">Immaginate un dialogo complesso, magari politico o spirituale, quante migliaia di aberrazioni e conseguenti fraintendimenti genera. Pensate al peso della parola occidentale “legge”, che per gli arabi vive in una sfera fortemente connessa al mondo del sacro e, se vogliamo, della mitologia. Pensiamo alla parola “rispetto”. Pensiamo a “giudizio”.</p>
<p style="0cm;">Il termine Islam, dice Maurice Borrmans, non significa solo religione, ma anche civiltà, valori, consuetudini, condotta&#8230; e così ogni parola di quella cultura araba, islamica, è carica di significati islamici. E lo stesso succede a noi con il cristianesimo (solo che ne siamo assuefatti e non ce ne accorgiamo). Quando un individuo non conosce il mondo storico-culturale dell&#8217;altro, ricorda il padre Bianco, è portato d&#8217;istinto a pensare che il proprio modello (soprattutto linguistico) sia almeno pari a quello dell&#8217;altro, ma non è così.</p>
<p style="0cm;">Nel suo ultimo libro, Maurice Borrmans, distingue ben 4 livelli di dialogo, ognuno con le proprie caratteristiche e ognuno col proprio “peso”. Il primo livello è quello popolare o quotidiano, un dialogo semplice ma allo stesso tempo ricco. Il secondo livello è chiamato dei servizi o dei beni sociali, ed è quello spesso utilizzato dalle organizzazioni e associazioni che lavorano in questo ambito e che hanno stabilito nel corso degli anni. Il terzo livello è specialistico, e riguarda il dialogo di tipo istituzionale tra professori, teologi, prelati, politici, ecc. L&#8217;ultimo livello è quello spirituale, cioè quello dei credenti che arricchiscono la propria fede con un percorso ben preciso, come quello che compiono gli Ordini o le comunità di fedeli; un linguaggio oltre il linguaggio (non esattamente un meta-linguaggio, più che altro potremmo definirlo – se mi è concessa una personale interpretazione – un linguaggio trasversale).</p>
<p style="0cm;">Dall&#8217;analisi di questi 4 livelli, padre Borrmans parte per una direttrice che porta alla comprensione non solo degli aspetti politici e sociali, ma anche familiari e spirituali di una comunità come quella musulmana che, tanto diversa e tanto vicina alla nostra, tende oggi ad allontanarsi da noi.</p>
<p style="0cm;">La conoscenza completa, a trecentosessanta gradi, è la chiave per un possibile reale dialogo tra cristiani e musulmani. La ricerca dell&#8217;altro dentro di noi, spogliandoci (per dirla con Lévi-Strauss) degli propri abiti – etnocentrici ed esclusivi – che mettono le nostre società dentro la sfera della Cultura e tutto il resto nella Natura, insieme agli animali, alle piante e alle pietre. Un approccio, questo, degno delle società dell&#8217;Ottocento. Lingua e cultura sono tessere di uno stesso puzzle, che dobbiamo prima di tutto scoprire mano a mano, scavando col nostro cucchiaio nella rupe di cui parlavamo all&#8217;inizio.</p>
<p style="0cm;">Alcuni pensano sia un lavoro impossibile, ma come si può allargare un foro, col tempo, si può spalancare un canyon. È solo questione di volontà, e questo padre Borrmans lo sottolinea da sempre; è il filo conduttore o, se vogliamo, il sistema nervoso di ogni dialogo: la volontà. La voglia di scoprire, di capire e camminare insieme. E dove il vero scopo – omaggiando ancora una volta Lévi-Strauss – non è dare risposte sensate, ma porsi domande sensate.</p>
<p style="0cm;">
<p style="0cm;">(*) Padre Maurice Borrmans è islamologo, professore al Pontificio Istituto di Studi arabi e di Islamistica di Roma, direttore della rivista Islamochristiana dal 1975 al 2004, padre Borrmans è soprattutto un profondo conoscitore della cultura, della lingua e della religione araba che, come afferma lui stesso, ha conquistato il suo cuore.</p>
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In questi ultimi anni si sono sviluppati, nell&#8217;immaginario comune, una serie di particolari stereotipi e modelli deformi della cultura araba e dell&#8217;islamismo, che hanno alimentato – non senza l&#8217;ausilio di alcuni partiti politici e gruppi sociali – pregiudizi e paure infondate del tutto privi di ragionevolezza. Parole come “fondamentalismo islamico”, “shari&#8217;a”, perfino “musulmano” hanno assunto, oggi, connotazioni quasi completamente negative.
Padre Borrmans ci spiega che in fondo non è così. E che se vogliamo trovare spazio per un dialogo cristiano-musulmano dobbiamo innanzitutto liberarci da simili condizionamenti, e ricominciare il processo di conoscenza. Riscoprire l&#8217;altro. E superare il primo problema, strettamente tecnico, che si pone: la lingua.
Forse pochi di noi ci hanno mai pensato, ma la lingua è un problema enorme. Una rupe che si staglia tra noi e gli altri (diversi da noi), piena di minuscole aperture che lasciano intravedere solo una minima parte del mondo che v&#8217;è al di là. Immaginando di non avere a disposizione altro che un cucchiaio, ciò che dobbiamo fare è cercare di sbordare questi fori, allargandoli in modo da farli convergere in aperture sempre più grandi. Perché solo in questo modo è possibile distinguere con chiarezza un universo simbolico e semantico che non abbiamo mai conosciuto e che, per questo, non possiamo interpretare.
Dunque la lingua è il primo ostacolo. Ma per comprendere e saper usare una lingua occorre necessariamente scoperchiare un pentolone di storia, tradizioni, usi, proverbi, consuetudini, e poi ancora norme morali, politiche, sociali, e soprattutto (nel caso dell&#8217;islamismo) la fede religiosa: il Corano (la “Bibbia” dell&#8217;islam), la Sunna (il “codice di comportamento”, una sorta di “vangelo” del profeta Maometto), la shari&#8217;a (o “legge”, intesa in termini naturali, o meglio divini&#8230; che da noi equivale pressappoco alla parola del Signore, irraggiungibile e intangibile).
Già solo queste poche righe basterebbero ad inquadrare l&#8217;enormità del problema della conoscenza di una cultura diversa dalla nostra che, come sottolineò Claude Lévi-Strauss (che non è quello che ha inventato i jeans, ma un antropologo e filosofo francese dei primi del Novecento. N.d.a.), non si può guardare dal nostro punto di vista (cioè dal punto di vista della nostra morale, dell&#8217;etica, delle nostre consuetudini e tabù). Senza entrare troppo nello specifico, inoltre, è bene considerare anche un passaggio di Ernesto De Martino – insigne etnologo coetaneo di Claude Lévi-Strauss – che punta l&#8217;attenzione sugli elementi irrazionali inscindibili dal fenomeno religioso (cioè da quegli elementi non spiegabili e non definibili che ogni religione porta necessariamente con sé), e che ogni cultura declina poi a modo suo, in base a ciò che ha valore per il popolo soggetto religioso, alla dimensione geografica dell&#8217;ecumene, al grado di apertura all&#8217;esterno, alle spinte interne (di ogni tipo).
Ma, tornando al problema della lingua, Borrmans ricorda come, ad esempio, il termine “tradizione” se tradotto letteralmente provoca una naturale incomprensione, una aberrazione congenita (direbbe Umberto Eco). I codici linguistici (cioè quelle regole che legano un termine ad uno o più significati) differiscono non solo per significato, ma anche per “peso” all&#8217;interno della frase; di conseguenza ciò che per noi ha un certo “spessore filosofico” all&#8217;interno del dialogo, per l&#8217;altro può non averlo o averlo in misura molto minore oppure differente. Per comunicare il senso profondo (occidentale) della parola “tradizione”, allora, padre Borrmans ha dovuto sfogliare il dizionario linguistico-culturale arabo e scegliere il termine “storia”, che aderiva meglio all&#8217;idea.
Immaginate un dialogo complesso, magari politico o spirituale, quante migliaia di aberrazioni e conseguenti fraintendimenti genera. Pensate al peso della parola occidentale “legge”, che per gli arabi vive in una sfera fortemente connessa al mondo del sacro e, se vogliamo, della mitologia. Pensiamo alla parola “rispetto”. Pensiamo a “giudizio”.
Il termine Islam, dice Maurice Borrmans, non significa solo religione, ma anche civiltà, valori, consuetudini, condotta&#8230; e così ogni parola di quella cultura araba, islamica, è carica di significati islamici. E lo stesso succede a noi con il cristianesimo (solo che ne siamo assuefatti e non ce ne accorgiamo). Quando un individuo non conosce il mondo storico-culturale dell&#8217;altro, ricorda il padre Bianco, è portato d&#8217;istinto a pensare che il proprio modello (soprattutto linguistico) sia almeno pari a quello dell&#8217;altro, ma non è così.
Nel suo ultimo libro, Maurice Borrmans, distingue ben 4 livelli di dialogo, ognuno con le proprie caratteristiche e ognuno col proprio “peso”. Il primo livello è quello popolare o quotidiano, un dialogo semplice ma allo stesso tempo ricco. Il secondo livello è chiamato dei servizi o dei beni sociali, ed è quello spesso utilizzato dalle organizzazioni e associazioni che lavorano in questo ambito e che hanno stabilito nel corso degli anni. Il terzo livello è specialistico, e riguarda il dialogo di tipo istituzionale tra professori, teologi, prelati, politici, ecc. L&#8217;ultimo livello è quello spirituale, cioè quello dei credenti che arricchiscono la propria fede con un percorso ben preciso, come quello che compiono gli Ordini o le comunità di fedeli; un linguaggio oltre il linguaggio (non esattamente un meta-linguaggio, più che altro potremmo definirlo – se mi è concessa una personale interpretazione – un linguaggio trasversale).
Dall&#8217;analisi di questi 4 livelli, padre Borrmans parte per una direttrice che porta alla comprensione non solo degli aspetti politici e sociali, ma anche familiari e spirituali di una comunità come quella musulmana che, tanto diversa e tanto vicina alla nostra, tende oggi ad allontanarsi da noi.
La conoscenza completa, a trecentosessanta gradi, è la chiave per un possibile reale dialogo tra cristiani e musulmani. La ricerca dell&#8217;altro dentro di noi, spogliandoci (per dirla con Lévi-Strauss) degli propri abiti – etnocentrici ed esclusivi – che mettono le nostre società dentro la sfera della Cultura e tutto il resto nella Natura, insieme agli animali, alle piante e alle pietre. Un approccio, questo, degno delle società dell&#8217;Ottocento. Lingua e cultura sono tessere di uno stesso puzzle, che dobbiamo prima di tutto scoprire mano a mano, scavando col nostro cucchiaio nella rupe di cui parlavamo all&#8217;inizio.
Alcuni pensano sia un lavoro impossibile, ma come si può allargare un foro, col tempo, si può spalancare un canyon. È solo questione di volontà, e questo padre Borrmans lo sottolinea da sempre; è il filo conduttore o, se vogliamo, il sistema nervoso di ogni dialogo: la volontà. La voglia di scoprire, di capire e camminare insieme. E dove il vero scopo – omaggiando ancora una volta Lévi-Strauss – non è dare risposte sensate, ma porsi domande sensate.

(*) Padre Maurice Borrmans è islamologo, professore al Pontificio Istituto di Studi arabi e di Islamistica di Roma, direttore della rivista Islamochristiana dal 1975 al 2004, padre Borrmans è soprattutto un profondo conoscitore della cultura, della lingua e della religione araba che, come afferma lui stesso, ha conquistato il suo cuore.
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		<title>Berlino una città ricca di storia, cultura e diversità</title>
		<link>http://www.abitarearoma.it/redazione/berlino-una-citta-ricca-di-storia-cultura-e-diversita/</link>
		<comments>http://www.abitarearoma.it/redazione/berlino-una-citta-ricca-di-storia-cultura-e-diversita/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Jul 2008 14:45:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[berlino]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[La passione per i viaggi, questa volta mi ha portato tre giorni a Berlino, dall’11 al 13 luglio 2008 per visitare ed osservare un città particolare e piena di storia. L’atmosfera che si respira è del tutto nuova, il passato e il presente si uniscono in un filo conduttore che si avverte in ogni punto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">La passione per i viaggi, questa volta mi ha portato tre giorni a Berlino, dall’11 al 13 luglio 2008 per visitare ed osservare un città particolare e piena di storia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">L’atmosfera che si respira è del tutto nuova, il passato e il presente si uniscono in un filo conduttore che si avverte in ogni punto di Berlino e segna le tappe che hanno dato vita a quello che oggi è un punto di curiosità per molti turisti che cercano prove su quello studiato per anni nei banchi di scuola.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">Il tempo a mia disposizione per visitare una città grande tre volte<span id="more-21"></span> Parigi purtroppo non è molto ma organizzandomi prima di partire sono riuscita lo stesso a vedere molto, grazie anche agli efficientissimi servizi di trasporto che in breve tempo e con puntualità ti fanno essere dall’altra parte della città.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">Chi va a Berlino, passerà sicuramente ripetute volte al Checkpoint Charlie che rappresenta il simbolo della Berlino divisa tra est ed ovest, ora diventato purtroppo, solo un richiamo turistico con negozi di souvenir e foto (a pagamento) con US soldier con tanto di bandiera USA. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">Molto interessante la mostra fotografica gratuita allestita nelle vicinanze, sulla storia del Muro dalla sua costruzione (agosto 1961) alla sua demolizione (novembre 1989).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">Dov&#8217;era la sede della Gestapo sempre vicino il Checkpoint Charlie all&#8217;aperto è possibile ammirare un’altra mostra significativa e gratuita: Topographie of Terror, che ripercorre le tappe del Nazismo dalla nascita del movimento nazionalsocialista al processo di Norimberga. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">Da Alexanderplatz, piazza da dove è partito il movimento che ha portato al crollo del muro di Berlino e che oggi presenta ancora molto spazio in cantiere, si prende il viale Unter den Linden (letteralmente &#8220;Sotto i tigli&#8221;), che era il viale &#8220;di rappresentanza&#8221; di Berlino Est, con tutti i maggiori edifici pubblici (dall&#8217;Ambasciata Russa all&#8217;Università, dalla Biblioteca Nazionale al Teatro dell&#8217;Opera, ecc.), e che conduce alla Porta di Brandeburgo una delle antiche porte urbane di Berlino e simbolo e simbolo dell’unità tedesca.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="small;"><span style="Times New Roman;">A qualche decina di metri dalla Porta c’è il Memoriale dell&#8217;Olocausto. Percorso, multimediale di suoni ed immagini sulle vicende delle deportazioni progettato da Peter Eisenman e aperto al pubblico nel maggio 2005, e di un futuro trasparente come la cupola del Reichstag di Norman Foster inaugurata nel 1999 proprio per rendere visibile a tutti il lavoro parlamentare. Di fronte alla porta, l’angelo sopra Berlino, la Vittoria alata. I berlinesi snobbano questa zona perché troppo turistica, stesso destino è capitato alla Friedrichstrasse, la via più lunga della città che incrocia la Unter den Linden, caratterizzata da innumerevoli boutique di lusso e un centro commerciale di esportazione francese, le Galeries Lafayette che, seppur progettato da un’altra star dell’architettura mondiale, Jean Nouvel, non riesce a ottenere il successo sperato. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">Lo sfoggio di potenza e di forza dell’Est era in opposizione, e almeno in parte lo è tuttora, allo sfavillante Kurfürstendamm. Una lunga strada dello shopping con tutte le grandi catene commerciali più note e al centro la Kaiser-Wilhelm Gedächtniskirche, che fu danneggiata durante la seconda guerra mondiale. Ma è prendendo la Kantstrasse verso Savignyplatz che si scopre l’anima da capitale di Berlino. Palazzi eleganti, automobili di lusso, signore di classe fanno shopping nel tempio del design, lo Stilwerk, cinque piani di negozi dedicati all’arredamento con le firme più importanti, per poi fare una pausa proprio in Savignyplatz. Ma Ovest non significava solo ricchezza e ostentazione. Proprio qui si trova, infatti, il quartiere multietnico della città, Kreuzberg. Un quartiere a sua volta diviso in due zone, una decisamente popolare, l’altra popolata da post hippy.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">Per vedere la Berlino proiettata nel futuro si deve andare invece a Potsdamer Plaz, edifici realizzati dai maggiori architetti contemporanei (tra cui Renzo Piano), destinati soprattutto ad uffici (la sede della DB, le ferrovie tedesche) ed attività commerciali (il centro commerciale Arkade). Spicca, su tutti, il SonyCenter, con la famosa copertura &#8220;a tenda&#8221;: ricorda Time Square di New York. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">Ed infine da menzionare l’isola dei Musei vicino alla fermata della metro Friedrichstrasse ed a cui si arriva costeggiando il fiume. E&#8217; un quartiere con diversi musei fra cui spicca sicuramente il Museo di Pergamo e la Berliner Dom, la cattedrale dedicata a S.ta Edvige. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="Times New Roman;">Questi solo alcuni delle cose che mi hanno colpito e che mi sono ripromessa di tornare per visitare nuovamente, avendo più giorni a disposizione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Times New Roman;">Il pensiero che ho avuto tornando a Roma è stato quello di aver visto una città propensa al cambiamento, al ricordo della sua storia e pronta a sfruttare il suo territorio per valorizzarsi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="Times New Roman;">Berlino… città aperta</span></p>
<form id="vozme_form_3cf1667f642baa94b075af0955c7f431" method="post" name="vozme_form_3cf1667f642baa94b075af0955c7f431" target="3cf1667f642baa94b075af0955c7f431" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Berlino una città ricca di storia, cultura e diversità.. La passione per i viaggi, questa volta mi ha portato tre giorni a Berlino, dall’11 al 13 luglio 2008 per visitare ed osservare un città particolare e piena di storia. 
L’atmosfera che si respira è del tutto nuova, il passato e il presente si uniscono in un filo conduttore che si avverte in ogni punto di Berlino e segna le tappe che hanno dato vita a quello che oggi è un punto di curiosità per molti turisti che cercano prove su quello studiato per anni nei banchi di scuola.
Il tempo a mia disposizione per visitare una città grande tre volte Parigi purtroppo non è molto ma organizzandomi prima di partire sono riuscita lo stesso a vedere molto, grazie anche agli efficientissimi servizi di trasporto che in breve tempo e con puntualità ti fanno essere dall’altra parte della città.
Chi va a Berlino, passerà sicuramente ripetute volte al Checkpoint Charlie che rappresenta il simbolo della Berlino divisa tra est ed ovest, ora diventato purtroppo, solo un richiamo turistico con negozi di souvenir e foto (a pagamento) con US soldier con tanto di bandiera USA. 
Molto interessante la mostra fotografica gratuita allestita nelle vicinanze, sulla storia del Muro dalla sua costruzione (agosto 1961) alla sua demolizione (novembre 1989).
Dov&#8217;era la sede della Gestapo sempre vicino il Checkpoint Charlie all&#8217;aperto è possibile ammirare un’altra mostra significativa e gratuita: Topographie of Terror, che ripercorre le tappe del Nazismo dalla nascita del movimento nazionalsocialista al processo di Norimberga. 
Da Alexanderplatz, piazza da dove è partito il movimento che ha portato al crollo del muro di Berlino e che oggi presenta ancora molto spazio in cantiere, si prende il viale Unter den Linden (letteralmente &#8220;Sotto i tigli&#8221;), che era il viale &#8220;di rappresentanza&#8221; di Berlino Est, con tutti i maggiori edifici pubblici (dall&#8217;Ambasciata Russa all&#8217;Università, dalla Biblioteca Nazionale al Teatro dell&#8217;Opera, ecc.), e che conduce alla Porta di Brandeburgo una delle antiche porte urbane di Berlino e simbolo e simbolo dell’unità tedesca.
A qualche decina di metri dalla Porta c’è il Memoriale dell&#8217;Olocausto. Percorso, multimediale di suoni ed immagini sulle vicende delle deportazioni progettato da Peter Eisenman e aperto al pubblico nel maggio 2005, e di un futuro trasparente come la cupola del Reichstag di Norman Foster inaugurata nel 1999 proprio per rendere visibile a tutti il lavoro parlamentare. Di fronte alla porta, l’angelo sopra Berlino, la Vittoria alata. I berlinesi snobbano questa zona perché troppo turistica, stesso destino è capitato alla Friedrichstrasse, la via più lunga della città che incrocia la Unter den Linden, caratterizzata da innumerevoli boutique di lusso e un centro commerciale di esportazione francese, le Galeries Lafayette che, seppur progettato da un’altra star dell’architettura mondiale, Jean Nouvel, non riesce a ottenere il successo sperato. 
Lo sfoggio di potenza e di forza dell’Est era in opposizione, e almeno in parte lo è tuttora, allo sfavillante Kurfürstendamm. Una lunga strada dello shopping con tutte le grandi catene commerciali più note e al centro la Kaiser-Wilhelm Gedächtniskirche, che fu danneggiata durante la seconda guerra mondiale. Ma è prendendo la Kantstrasse verso Savignyplatz che si scopre l’anima da capitale di Berlino. Palazzi eleganti, automobili di lusso, signore di classe fanno shopping nel tempio del design, lo Stilwerk, cinque piani di negozi dedicati all’arredamento con le firme più importanti, per poi fare una pausa proprio in Savignyplatz. Ma Ovest non significava solo ricchezza e ostentazione. Proprio qui si trova, infatti, il quartiere multietnico della città, Kreuzberg. Un quartiere a sua volta diviso in due zone, una decisamente popolare, l’altra popolata da post hippy.
Per vedere la Berlino proiettata nel futuro si deve andare invece a Potsdamer Plaz, edifici realizzati dai maggiori architetti contemporanei (tra cui Renzo Piano), destinati soprattutto ad uffici (la sede della DB, le ferrovie tedesche) ed attività commerciali (il centro commerciale Arkade). Spicca, su tutti, il SonyCenter, con la famosa copertura &#8220;a tenda&#8221;: ricorda Time Square di New York. 
Ed infine da menzionare l’isola dei Musei vicino alla fermata della metro Friedrichstrasse ed a cui si arriva costeggiando il fiume. E&#8217; un quartiere con diversi musei fra cui spicca sicuramente il Museo di Pergamo e la Berliner Dom, la cattedrale dedicata a S.ta Edvige. 
Questi solo alcuni delle cose che mi hanno colpito e che mi sono ripromessa di tornare per visitare nuovamente, avendo più giorni a disposizione. 
Il pensiero che ho avuto tornando a Roma è stato quello di aver visto una città propensa al cambiamento, al ricordo della sua storia e pronta a sfruttare il suo territorio per valorizzarsi.
Berlino… città aperta
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