Ho letto con piacere la sua scelta editoriale di pubblicare, all’indomani della sentenza della Consulta sul cosiddetto Lodo Alfano, un suo articolo dal titolo inequivocabile: “Noi stiamo con la Costituzione”, in particolare con l’articolo 3, che solo i sordi e i ciechi fanno finta di non ricordare, pur essendo scritto dentro i tribunali di tutta l’Italia. Quello, insomma, sulla uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Dio sa se non abbiamo un quotidiano bisogno di farla rispettare e di applicarla. Ben venga, dunque, la sua felice iniziativa giornalistica.

Però, io vorrei andare oltre i fatti di cronaca e riflettere al di là della contingenza dello scontro politico tra destra e sinistra sui temi della legittimità o meno della sentenza della Corte Costituzionale. Ormai è purtroppo chiaro chi è il sovversivo e chi è il custode dello stato di diritto.

Vorrei con lei ragionare su tale interrogativo che da un bel po’ mi affiora nella mente e si agita nel mio cuore (forse, però, non sono il solo a viverlo):

L’Italia sta precipitando verso una deriva autoritaria e liberticida?

Io penso di si. Sono sinceramente allarmato, anche perché vedo una certa sottovalutazione dei pericoli che sta correndo la democrazia.

Cerco di spiegarne, in sintesi, i motivi. Premettendo però che non intendo soffermarmi sui numerosi provvedimenti e comportamenti presi dal governo nella attuale legislatura (minacce alla libertà di stampa e di parola, scudi fiscali, continui voti di fiducia in Parlamento, leggi ad personam, condoni su condoni, ecc.) che pur fanno pensare, quanto riflettere insieme con lei se agiscano o no nel profondo del nostro Paese alcune condizioni politiche, culturali e anche psicologiche, a livello di massa, che possano rappresentare i primi prodromi del pericolo autoritario di cui parlavo.

Due gli esempi.

* Il profilo psicologico del personaggio Berlusconi.

Lasciamo da parte il giudizio che pure la moglie dà sulla sua persona, ma è evidente il suo ossessivo narcisismo, il suo approccio mentale da padre-padrone dell’Italia e dei suoi collaboratori, il suo populismo e quel vanitoso sentirsi il piacione in ogni occasione. Ama sentirsi adulato (sempre l’occhio ai sondaggi), dunque non tollera il dissenso, dà ragione a tutti i suoi interlocutori. L’esatto contrario dello statista. Quel suo perenne richiamo ai voti che ha preso lo considera come un lasciapassare per ogni comportamento anche immorale e lesivo della dignità dello statista e, persino, come un lavacro di ogni atto illegale che ha collezionato durante la sua carriera di imprenditore e di politico. Montanelli, ricorda?, lo definiva “un piazzista, un venditore di tappeti”. Si sente, insomma, al di sopra della legge e di tutti (“io so io e voi nun zete un cazzo”, scrive G. Belli).
Pericolosissimo questo modo di ragionare, lei ne converrà con me. Ricordo che anche Mussolini e Hitler salirono al potere democraticamente. Quando il culto della personalità si sposa col fastidio ad ogni critica si ottiene ciò che abbiamo saputo dalla storia.
I voti, dunque, servono per governare e non per distruggere le regole di convivenza democratiche o per spassarsela ai ripari delle pene previste dai codici.

* Omogeneità culturale e obbedienza acritica nella società italiana.

Ci sono, è evidente, un inquietante conformismo culturale e un’obbedienza quasi cieca che domina la vita interna delle organizzazioni di ogni tipo e anche della società. Stravince il pensiero unico. Tutti fedeli al capo, sembra la parola d’ordine.

Parliamoci chiaro. Dappertutto (basta guardarsi attorno): nei partiti, nelle cooperative, nelle aziende, nelle strutture economiche e finanziarie, ecc. è vietato esercitare il pensiero critico, figuriamoci il dissenso. Ormai siamo tutti diventati funzionari di qualcuno o di qualcosa. A chi opera nelle aziende è richiesta piena e cieca dedizione e persino l’identificazione esistenziale con i destini del marchio della ditta. Guai se qualcuno chiede di chiarire il senso umano e sociale del proprio lavoro. Se non ti adegui, sei fuori di tutto. Ebbene, caro Direttore, questa ferrea razionalità (quasi ideologica) e omogeneità di scopo che si vivono nella società attuale, insieme all’obbedienza acritica e alla disciplina della burocrazia moderna, rappresentano per me una miscela esplosiva che, nel passato, si è chiamato “Olocausto”.

Esagero? Forse. Certo, oggi, non possiamo dire che, per esempio, Feltri possa ritornare a somministrare l’olio di ricino del ventennio fascista contro di chi critica Berlusconi, ma che possa usare la penna come un manganello, si, lo possiamo dire. Lo ha fatto, ai danni di politici e giornalisti che non si mettono in riga!

Ricordiamoci ciò che scrisse Hanna Arendt in “La banalità del male”, riferendosi alla tragedia della shoà: per fare atti crudeli non è necessario essere crudeli, perché quegli atti possono essere compiuti anche da persone normali, da semplici funzionari, appunto, che obbediscono senza pensare. Il male, appunto, è banale.

Solo una società pluralista, allenata al pensiero libero, all’ascolto degli altri, e alla educazione sentimentale ed emozionale dei nostri giovani, è la garanzia contro i comportamenti immorali.

La razionalità, da sola, non basta.

Ieri, il capro espiatorio di questa folle miscela: conformismo ideologico e razionalità, da una parte, e obbedienza acritica, dall’altra, si chiamava ”ebreo”. Oggi, se un’analoga miscela involutiva fosse ancor più accentuata e maggioritaria nel paese, il capro espiatorio di una possibile moderna pulizia etnica potrebbero essere “lo straniero”, “l’immigrato”, o il “ rom”.

I kapò disponibili per fare il lavoro sporco nei futuri “campi di concentramento” si stanno già allenando: quelli della Lega Nord.

Fantapolitica?

Cordialmente, Nicola Capozza

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