Qualche giorno fa sono stato testimone, insieme ad un manipolo di altri studenti e ricercatori, di un seminario di padre Maurice Borrmans(*), della Congregazione dei padri Bianchi, sul dialogo islamo-cristiano e sull’incontro/scontro tra queste due antiche e solide culture.

In questi ultimi anni si sono sviluppati, nell’immaginario comune, una serie di particolari stereotipi e modelli deformi della cultura araba e dell’islamismo, che hanno alimentato – non senza l’ausilio di alcuni partiti politici e gruppi sociali – pregiudizi e paure infondate del tutto privi di ragionevolezza. Parole come “fondamentalismo islamico”, “shari’a”, perfino “musulmano” hanno assunto, oggi, connotazioni quasi completamente negative.

Padre Borrmans ci spiega che in fondo non è così. E che se vogliamo trovare spazio per un dialogo cristiano-musulmano dobbiamo innanzitutto liberarci da simili condizionamenti, e ricominciare il processo di conoscenza. Riscoprire l’altro. E superare il primo problema, strettamente tecnico, che si pone: la lingua.

Forse pochi di noi ci hanno mai pensato, ma la lingua è un problema enorme. Una rupe che si staglia tra noi e gli altri (diversi da noi), piena di minuscole aperture che lasciano intravedere solo una minima parte del mondo che v’è al di là. Immaginando di non avere a disposizione altro che un cucchiaio, ciò che dobbiamo fare è cercare di sbordare questi fori, allargandoli in modo da farli convergere in aperture sempre più grandi. Perché solo in questo modo è possibile distinguere con chiarezza un universo simbolico e semantico che non abbiamo mai conosciuto e che, per questo, non possiamo interpretare.

Dunque la lingua è il primo ostacolo. Ma per comprendere e saper usare una lingua occorre necessariamente scoperchiare un pentolone di storia, tradizioni, usi, proverbi, consuetudini, e poi ancora norme morali, politiche, sociali, e soprattutto (nel caso dell’islamismo) la fede religiosa: il Corano (la “Bibbia” dell’islam), la Sunna (il “codice di comportamento”, una sorta di “vangelo” del profeta Maometto), la shari’a (o “legge”, intesa in termini naturali, o meglio divini… che da noi equivale pressappoco alla parola del Signore, irraggiungibile e intangibile).

Già solo queste poche righe basterebbero ad inquadrare l’enormità del problema della conoscenza di una cultura diversa dalla nostra che, come sottolineò Claude Lévi-Strauss (che non è quello che ha inventato i jeans, ma un antropologo e filosofo francese dei primi del Novecento. N.d.a.), non si può guardare dal nostro punto di vista (cioè dal punto di vista della nostra morale, dell’etica, delle nostre consuetudini e tabù). Senza entrare troppo nello specifico, inoltre, è bene considerare anche un passaggio di Ernesto De Martino – insigne etnologo coetaneo di Claude Lévi-Strauss – che punta l’attenzione sugli elementi irrazionali inscindibili dal fenomeno religioso (cioè da quegli elementi non spiegabili e non definibili che ogni religione porta necessariamente con sé), e che ogni cultura declina poi a modo suo, in base a ciò che ha valore per il popolo soggetto religioso, alla dimensione geografica dell’ecumene, al grado di apertura all’esterno, alle spinte interne (di ogni tipo).

Ma, tornando al problema della lingua, Borrmans ricorda come, ad esempio, il termine “tradizione” se tradotto letteralmente provoca una naturale incomprensione, una aberrazione congenita (direbbe Umberto Eco). I codici linguistici (cioè quelle regole che legano un termine ad uno o più significati) differiscono non solo per significato, ma anche per “peso” all’interno della frase; di conseguenza ciò che per noi ha un certo “spessore filosofico” all’interno del dialogo, per l’altro può non averlo o averlo in misura molto minore oppure differente. Per comunicare il senso profondo (occidentale) della parola “tradizione”, allora, padre Borrmans ha dovuto sfogliare il dizionario linguistico-culturale arabo e scegliere il termine “storia”, che aderiva meglio all’idea.

Immaginate un dialogo complesso, magari politico o spirituale, quante migliaia di aberrazioni e conseguenti fraintendimenti genera. Pensate al peso della parola occidentale “legge”, che per gli arabi vive in una sfera fortemente connessa al mondo del sacro e, se vogliamo, della mitologia. Pensiamo alla parola “rispetto”. Pensiamo a “giudizio”.

Il termine Islam, dice Maurice Borrmans, non significa solo religione, ma anche civiltà, valori, consuetudini, condotta… e così ogni parola di quella cultura araba, islamica, è carica di significati islamici. E lo stesso succede a noi con il cristianesimo (solo che ne siamo assuefatti e non ce ne accorgiamo). Quando un individuo non conosce il mondo storico-culturale dell’altro, ricorda il padre Bianco, è portato d’istinto a pensare che il proprio modello (soprattutto linguistico) sia almeno pari a quello dell’altro, ma non è così.

Nel suo ultimo libro, Maurice Borrmans, distingue ben 4 livelli di dialogo, ognuno con le proprie caratteristiche e ognuno col proprio “peso”. Il primo livello è quello popolare o quotidiano, un dialogo semplice ma allo stesso tempo ricco. Il secondo livello è chiamato dei servizi o dei beni sociali, ed è quello spesso utilizzato dalle organizzazioni e associazioni che lavorano in questo ambito e che hanno stabilito nel corso degli anni. Il terzo livello è specialistico, e riguarda il dialogo di tipo istituzionale tra professori, teologi, prelati, politici, ecc. L’ultimo livello è quello spirituale, cioè quello dei credenti che arricchiscono la propria fede con un percorso ben preciso, come quello che compiono gli Ordini o le comunità di fedeli; un linguaggio oltre il linguaggio (non esattamente un meta-linguaggio, più che altro potremmo definirlo – se mi è concessa una personale interpretazione – un linguaggio trasversale).

Dall’analisi di questi 4 livelli, padre Borrmans parte per una direttrice che porta alla comprensione non solo degli aspetti politici e sociali, ma anche familiari e spirituali di una comunità come quella musulmana che, tanto diversa e tanto vicina alla nostra, tende oggi ad allontanarsi da noi.

La conoscenza completa, a trecentosessanta gradi, è la chiave per un possibile reale dialogo tra cristiani e musulmani. La ricerca dell’altro dentro di noi, spogliandoci (per dirla con Lévi-Strauss) degli propri abiti – etnocentrici ed esclusivi – che mettono le nostre società dentro la sfera della Cultura e tutto il resto nella Natura, insieme agli animali, alle piante e alle pietre. Un approccio, questo, degno delle società dell’Ottocento. Lingua e cultura sono tessere di uno stesso puzzle, che dobbiamo prima di tutto scoprire mano a mano, scavando col nostro cucchiaio nella rupe di cui parlavamo all’inizio.

Alcuni pensano sia un lavoro impossibile, ma come si può allargare un foro, col tempo, si può spalancare un canyon. È solo questione di volontà, e questo padre Borrmans lo sottolinea da sempre; è il filo conduttore o, se vogliamo, il sistema nervoso di ogni dialogo: la volontà. La voglia di scoprire, di capire e camminare insieme. E dove il vero scopo – omaggiando ancora una volta Lévi-Strauss – non è dare risposte sensate, ma porsi domande sensate.

(*) Padre Maurice Borrmans è islamologo, professore al Pontificio Istituto di Studi arabi e di Islamistica di Roma, direttore della rivista Islamochristiana dal 1975 al 2004, padre Borrmans è soprattutto un profondo conoscitore della cultura, della lingua e della religione araba che, come afferma lui stesso, ha conquistato il suo cuore.

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: Giornalista pubblicista. Laureato in comunicazione politica e istituzionale. Appassionato di segni, immagini e modelli semioculturali nell'epoca del villaggio globale. Segue la politica nazionale, il settore sociale e il sistema dei media. Dai primi anni del 2000 scrive per testate locali e regionali, principalmente in politica e cronaca. Ha collaborato inoltre con riviste del settore tecnologico e dei new media, occupandosi di sistemi di comunicazione uomo-macchina, interfacce naturali e nuovi linguaggi artistici.
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