Dopo il blitz antirom a Villa De Sanctis, ecco ciò che la politica non ha capito
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Chi ha partecipato al Consiglio Municipale presso il Casale Garibaldi sui Rom a Villa de Sanctis alla fine si sarà detto: ma qual è la differenza tra le richieste della destra e quelle della sinistra?
Tutti e due gli schieramenti erano, infatti, per lo sgombero più o meno immediato. Semmai, stando alle esperienze storico-ideali, la sinistra avrebbe dovuto pretendere e controllare (non solo a parole) che l’eventuale ripristino della legalità avvenisse senza calpestare i diritti inalienabili dell’Uomo, che pure, nel passato, ha combattuto con onore per farli rispettare.
Come però abbiamo visto con i nostri occhi durante lo sfollamento fatto alla cieca, ciò, purtroppo, non è avvenuto. Inutili e ipocriti i tentativi successivi di dimostrare il contrario: abbiamo le prove, le foto e le testimonianze di come le istituzioni (forze dell’ordine comprese) hanno lasciato donne e bambini al freddo notturno e sotto la pioggia senza viveri e senza dignità per l’intera giornata.
Ciò, dunque, è la conferma che destra e sinistra hanno giocato lo stesso gioco, con un’unica differenza, quella di scaricarsi l’un l’altra le responsabilità o i meriti dell’operazione: Alemanno al Campidoglio e Palmieri a via Torre Annunziata (sede del Sesto Municipio), uniti, ciascuno, nella preoccupazione di gestire il consenso elettorale dei residenti: gli (extra) comunitari, infatti, com’è noto, non votano.
Con buona pace della “dignità umana”, dell’integrazione e dell’accoglienza degli stranieri.
Allora, diranno i lettori, come facciamo a sapere chi è il buono e chi il cattivo, come facciamo a scegliere tra uno schieramento politico-ideale e un altro?
Questo è il punto.
Vorremmo, partendo proprio dalla questione Rom, offrire alcune chiavi di lettura e poche idee (speriamo) utili alla Politica e alla crisi che sta vivendo.
Crisi, detta in soldoni, che è data dalla crisi dello Stato-Nazione conseguenza della divaricazione tra il Potere, che è economico e globale, e, appunto, la Politica, che è invece subalterna a quello economico e, soprattutto, troppo schiacciata sul localismo.
Ciò significa che,
Primo:
non si possono risolvere questioni globali con strumenti locali. I Municipi, i Sindaci, non possono quindi fare da parafulmini delle tensioni sociali. Quest’ultime sono infatti la causa di politiche di flussi e situazioni mondiali che scavalcano competenze e poteri locali. Semmai, sarebbe utile che tutti gli schieramenti si coalizzassero per trovare nuovi ordinamenti istituzionali e riferimenti territoriali che abbiano poteri meno circoscritti e più deliberanti.
Ad esempio: l’area metropolitana, invece degli attuali Municipi, oppure gli Enti sopranazionali al posto dei singoli Stati.
Secondo:
L’ineguaglianza sociale ed economica tra i popoli della Terra rendono endemici e strutturali i flussi migratori. Il fenomeno è per ora irreversibile. Prima la Politica se ne fa una ragione e cerca di governare i processi, meglio è per tutti.
D’altronde, già più di due secoli fa, Immanuel Kant scriveva che: “siccome la Terra è rotonda, più un nucleo di persone cerca di allontanarsi da altri più invece se ne avvicina”.
Terzo:
a causa di una mutazione antropologica della società post-moderna e a causa del declino delle passate ideologie e classi sociali di riferimento, non esiste più una netta e immediata identificazione con una parte politica-sociale rispetto ad un’altra. Le carte si sono da un pezzo rimescolate. Si è prodotta pure una ri-definizione della stessa politica
C’è l’operaio che vota Lega Nord e c’è l’imprenditore che siede al Parlamento col centro sinistra.
Nell’uomo, parlando più in generale, convivono il bene e il male, Hitler e S. Francesco. Solo un adeguato livello di civiltà può garantirci che in ogni persona prevalga il bene.
Ci vengono in mente, in tal senso, le stimolanti analisi pasoliniane sul genocidio culturale, che il poeta denunciava a proposito del distorto sviluppo industriale in atto nel paese, ove si confondevano senza distinzione proletari con borghesi, carnefici con vittime, ecc…
Oppure ci sovvengono le analisi gramsciane sull’importanza di non dimenticare mai di separare nella direzione politica della società l’”homo faber dall’homo sapiens”.
Cosa vogliamo dire?
La Politica, crediamo che debba ormai ragionare non più per schieramenti ideologici con le relative carriere o correnti auto referenziali, ma dovrebbe mettersi al servizio della Nazione, privilegiando i contenuti, i soggetti e i valori fondanti della sua strategia che è quella di mettere al centro di tutto quello splendido e complesso animale culturale che è l’Uomo.
Quest’ultimo, dunque, considerato non in quanto solo produttore o consumatore, ma in quanto Persona.
Sennò, cos’altro è questa benedetta politica?
Quarto:
molti di noi ne hanno quasi la certezza: la nostra civiltà rischia di scivolare nella barbarie. Cinismo, opportunismo, incuria del senso civico, ostracismo verso l’Altro. Di esempi quotidiani, ognuno di noi, può farne a bizzeffe.
Il punto però da tenere ben presente è questo: tra barbarie e civiltà non c’è separatezza, ma contiguità. Anzi, la barbarie è parte integrante della civiltà.
Anche qui, la storia insegna.
Nel corso della sua storia, appunto,l’Europa è stata al centro di una dominazione barbara sul mondo, ma è stata al tempo stesso all’origine di quelle idee emancipatrici che hanno scalzato tale dominazione (esempio, la rivoluzione francese del 1789).
Per stare vicino, infine, alla storia più recente del nostro continente, come è potuto accadere, se non spiegandolo proprio in questo modo, che nel cuore dell’Europa moderna, evoluta e istruita come la Germania, si sia prodotto il sonno della ragione dello sterminio scientifico di milioni di ebrei?
Questo ignobile giochetto è facile da spiegare. Basta che una comunità, uno Stato, individuino e decidano a maggioranza che il nemico è quello, che il cattivo è lui, che l’impuro è l’altro e, opplà, si aprono i forni crematori.
Per carità, i lager si aprono per fare pulizia, per fare ordine, per salvare l’umanità. Niente di vergognoso, anzi, la vergogna sono, appunto, gli altri. Così si è (s)ragionato.
E’ quello che vogliamo rischiare? Ancora non lo crediamo, per fortuna.
Ma, ecco il punto, la Politica deve combattere il pericolo che si arrivi a quella maledetta maggioranza che può formarsi contro una etnia, contro una razza, contro una figura sociale, da considerare i Nemici.
La Politica, concludendo, dovrebbe essere alla testa dei processi di trasformazione. Non alla coda. Abbiamo però l’impressione che oggi essa sia alla coda.
Forse perché non sappiamo più chi siamo, ce la prendiamo con un ipotetico nemico (Rom, extracomunitario, ecc..) per definire meglio noi stessi.
di Nicola Capozza


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29 gennaio 2009 alle 18:05
La questione del “chi siamo?”, che Lei pone, è cruciale. Ma politico è il rapporto fra una cultura e una società, e questo spiega (in parte) la cosiddetta crisi dei giorni nostri. Lo scollamento di cui Lei parla non credo avvenga tra politica e potere, ma tra cultura e società; ovvero tra spazio formale (la cultura) e spazio materiale (la società). La politica delude nella sua sostanza quando tra forma e materia non vi è più legame (Gramsci scrisse molto in proposito, nelle sue lettere dal carcere).
L’idea è quella di porre una forma politica che plasmi nuovi universi simbolici in una società così complessa e poliedrica come quella di oggi. Questo è l’alto compito affidato al governante, che come il principe di Machiavelli raccoglie il grido del popolo ed è in grado di disegnare la società di domani. Anche se il pericolo insito è il baratro del totalitarismo.
Perdoni il prestito speculativo delle teorie semiologiche di Hjelmslev, di quelle politiche di Gramsci e di quelle sociali di Rousseau.