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	<title>Redazione &#187; cultura</title>
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	<description>Blog a cura dei redattori del giornale online www.abitarearoma.net</description>
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		<title>Gabriel Garcia Marquez, il labirinto della quotidianità come fonte d’ispirazione</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 15:03:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Extra Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Presentato alla libreria Rinascita di via Savoia il libro di Rodolfo Braceli “Gabriel Garcia Marquez. Lo scrittore nel labirinto di ogni giorno” “Gabriel Garcia Marquez. Lo scrittore nel labirinto di ogni giorno”. E’ questo il titolo del nuovo libro di Rodolfo Braceli, edito da Giulio Perroni Editore, presentato venerdì 8 aprile alle ore 18.00 presso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Presentato alla libreria Rinascita di via Savoia il libro di Rodolfo Braceli “Gabriel Garcia Marquez. Lo scrittore nel labirinto di ogni giorno”</em></p>
<p>“Gabriel Garcia Marquez. Lo scrittore nel labirinto di ogni giorno”. E’ questo il titolo del nuovo libro di Rodolfo Braceli, edito da Giulio Perroni Editore, presentato venerdì 8 aprile alle ore 18.00 presso la libreria Rinascita di via Savoia 30, nel quartiere Trieste (II municipio).<br />
Moderatore dell’incontro è stato Matteo Lefevre, docente di <span id="more-566"></span>lingua e traduzione spagnola dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e curatore della traduzione italiana.<br />
Altri protagonisti dell’evento sono stati il critico letterario e musicista Walter Mauro, autore di uno dei due saggi presenti all’interno del libro (l’altro è stato scritto dalla scrittrice Romana Petri), il giornalista e scrittore Beppe Sebaste e Carlo Serafini, anch’esso autore di diversi libri.</p>
<p>Braceli, giornalista argentino autore di numerosi reportage sull’America latina, grazie alla sua intervista del 1996 (destinata in origine ad una rivista argentina) offre ai lettori  un ritratto privato del grande scrittore, premio Nobel per la letteratura nel 1982 e autore di capolavori come “Cent’anni di solitudine” e “L’amore ai tempi del colera”. Marquez è diretto, immediato nel rispondere agli interrogativi posti dall’intervistatore ed è straordinaria la capacità con cui riesce a toccare più argomenti nelle sue risposte, pur partendo da un tema specifico.</p>
<p>Quello che Braceli ci offre nella sua opera, attraverso questa intervista – esperienza (che assume la forma di un dialogo in cui ogni domanda viene costruita a partire dalla domanda precedente e che trova nella quotidianità la sua fonte d’ispirazione principale), è uno spaccato del Gabriel Garcia Marquez &#8211; uomo  molto interessante che permette al  lettore di sapere qualcosa di nuovo sul grande scrittore sudamericano a conferma del fatto che l’intervista sta diventando un nuovo e importante genere letterario, che offre la possibilità di affrontare i temi più svariati in maniera immediata.</p>
<p>Ciò che emerge di nuovo di Marquez attraverso questa conversazione è il rapporto profondo fra vita e letteratura che è in Marquez; “il labirinto di ogni giorno” della sua vita traspare nei libri, la sua letteratura con tutti i suoi aspetti fantastici nasce dalla realtà (come è evidente secondo Mauro nell’opera “Nessuno scriva al colonnello”) : “tutto ciò che accade è utile”, dice Marquez a Braceli durante l’intervista, ed è per questo motivo che lascia sempre le finestre aperte, per permettere che a casa entrino rumori, grida e voci che lui infila nella sua scrittura. D’altronde Marquez è un curioso, ama fare domande alla gente (spesso nel libro è lui stesso a fare domande all’intervistatore), come conferma un meccanico suo vicino di casa che rivela a Braceli come il premio Nobel chieda spesso della sua famiglia, del suo lavoro e della sua vita.</p>
<p>Durante l’incontro è stato infine sottolineato come la conversazione fra Braceli e Marquez testimoni il cambiamento della letteratura del grande scrittore ispanico: negli ultimi anni infatti i suoi romanzi sono caratterizzati da una costruzione della realtà, abbandonando quella “costruzione del fantastico” che aveva caratterizzato i sui migliori lavori.</p>
<p><em><strong>Daniele Ferretti</strong></em></p>
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“Gabriel Garcia Marquez. Lo scrittore nel labirinto di ogni giorno”. E’ questo il titolo del nuovo libro di Rodolfo Braceli, edito da Giulio Perroni Editore, presentato venerdì 8 aprile alle ore 18.00 presso la libreria Rinascita di via Savoia 30, nel quartiere Trieste (II municipio).
Moderatore dell’incontro è stato Matteo Lefevre, docente di lingua e traduzione spagnola dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e curatore della traduzione italiana.
Altri protagonisti dell’evento sono stati il critico letterario e musicista Walter Mauro, autore di uno dei due saggi presenti all’interno del libro (l’altro è stato scritto dalla scrittrice Romana Petri), il giornalista e scrittore Beppe Sebaste e Carlo Serafini, anch’esso autore di diversi libri.
Braceli, giornalista argentino autore di numerosi reportage sull’America latina, grazie alla sua intervista del 1996 (destinata in origine ad una rivista argentina) offre ai lettori  un ritratto privato del grande scrittore, premio Nobel per la letteratura nel 1982 e autore di capolavori come “Cent’anni di solitudine” e “L’amore ai tempi del colera”. Marquez è diretto, immediato nel rispondere agli interrogativi posti dall’intervistatore ed è straordinaria la capacità con cui riesce a toccare più argomenti nelle sue risposte, pur partendo da un tema specifico.
Quello che Braceli ci offre nella sua opera, attraverso questa intervista – esperienza (che assume la forma di un dialogo in cui ogni domanda viene costruita a partire dalla domanda precedente e che trova nella quotidianità la sua fonte d’ispirazione principale), è uno spaccato del Gabriel Garcia Marquez &#8211; uomo  molto interessante che permette al  lettore di sapere qualcosa di nuovo sul grande scrittore sudamericano a conferma del fatto che l’intervista sta diventando un nuovo e importante genere letterario, che offre la possibilità di affrontare i temi più svariati in maniera immediata.
Ciò che emerge di nuovo di Marquez attraverso questa conversazione è il rapporto profondo fra vita e letteratura che è in Marquez; “il labirinto di ogni giorno” della sua vita traspare nei libri, la sua letteratura con tutti i suoi aspetti fantastici nasce dalla realtà (come è evidente secondo Mauro nell’opera “Nessuno scriva al colonnello”) : “tutto ciò che accade è utile”, dice Marquez a Braceli durante l’intervista, ed è per questo motivo che lascia sempre le finestre aperte, per permettere che a casa entrino rumori, grida e voci che lui infila nella sua scrittura. D’altronde Marquez è un curioso, ama fare domande alla gente (spesso nel libro è lui stesso a fare domande all’intervistatore), come conferma un meccanico suo vicino di casa che rivela a Braceli come il premio Nobel chieda spesso della sua famiglia, del suo lavoro e della sua vita.
Durante l’incontro è stato infine sottolineato come la conversazione fra Braceli e Marquez testimoni il cambiamento della letteratura del grande scrittore ispanico: negli ultimi anni infatti i suoi romanzi sono caratterizzati da una costruzione della realtà, abbandonando quella “costruzione del fantastico” che aveva caratterizzato i sui migliori lavori.
Daniele Ferretti
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		<title>L’Italia, da culla della cultura a tomba</title>
		<link>http://www.abitarearoma.it/redazione/l%e2%80%99italia-da-culla-della-cultura-a-tomba/</link>
		<comments>http://www.abitarearoma.it/redazione/l%e2%80%99italia-da-culla-della-cultura-a-tomba/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 18:08:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Extra Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[Sempre più giovani emigrano, la cosiddetta fuga dei cervelli è in atto da decenni ed è un fenomeno destinato all’aumento. Come biasimarli? In Italia, per noi giovani, non c’è futuro, ma nel caso si rientrasse nella “Cricca”, potrebbe scapparci pure la docenza di una cattedra universitaria… La disoccupazione giovanile in Italia sale vorticosamente. Siamo sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sempre più giovani emigrano, la cosiddetta fuga dei cervelli è in atto da decenni ed è un fenomeno destinato all’aumento. Come biasimarli?</em></p>
<p><em>In Italia, per noi giovani, non c’è futuro, ma nel caso  si rientrasse  nella “Cricca”,  potrebbe scapparci pure la docenza di una cattedra universitaria…</em></p>
<p>La disoccupazione giovanile in Italia sale vorticosamente. Siamo <em><span id="more-472"></span></em>sempre di più.</p>
<p>Diploma o laurea non fa differenza, le file all’ufficio di collocamento sono ogni giorno più lunghe.</p>
<p>La crisi economica pesa sulle spalle come un macigno e và  a braccetto con una crisi sociale sempre più evidente, che marca i confini tra chi fa parte di un mondo in cui la crisi, non sa nemmeno cos’è e chi ci fa i conti giorno dopo giorno.</p>
<p>Sarebbero troppi i casi da esporre, tuttavia si puo’ riflettere sui fatti più recenti.</p>
<p>Tenendo in considerazione che buona parte di “benestanti” nel nostro paese, sia coinvolta in inchieste e scandali da far accapponare la pelle e che si sarebbe arrivati a ridere di un terremoto perché visto come appetitosa fonte di possibili appalti e guadagni, emigrerei anch’io, domani mattina. Un altro cervello in fuga.</p>
<p>La riforma Gelmini “ammazza-cultura”, congiunta a sistemi clientelari dell’Università, al favoritismo e al conseguente accantonamento della meritocrazia sempre più evidente stanno portando alla tomba la cultura.</p>
<p>Nel frattempo pero’, c’è un esercito di piccole formiche che opera nel retroscena, è invisibile. Docenti e professori efficienti, ricercatori meritevoli, dottorandi, studenti e lavoratori, stagisti, diplomati e non che si sbattono per non fare qualcosa di buono e non far cadere questa nazione nel ridicolo.</p>
<p>Come sono ricompensati? Con nulla ma pare ci sia speranza, a sentire le possibilità offerte ad una 26enne fresca di diploma di laurea.</p>
<p>Sì perché pare che sia possibile acquisire addirittura un cattedra universitaria con un semplice diploma di laurea triennale. All&#8217;Università del San Raffaele, la giovane Barbara Berlusconi si è diplomata: laurea triennale in filosofia, tesi su Amartya Sen. Diligentemente discute la sua tesi e ne esce con il massimo dei voti. Fin qui, i miei migliori complimenti ad una ragazza in gamba!</p>
<p>Sapete cosa fa il rettore/amico Don Luigi Maira Verzè qualche ora dopo? Le offre giusto una cattedra ispirata alla sua tesi. Ci sono speranze anche per noi ragazzi!</p>
<p>Anzi no.</p>
<p>Non siamo tutti i figli di Silvio Berlusconi.</p>
<p>Una docente dell&#8217;Università San Raffaele dopo l’accaduto a dichiarato apertamente con una lettera indirizzata a Repubblica: “Intendo dissociarmi apertamente e pubblicamente da questa che ritengo una violazione non solo del principio della pari dignità formale degli studenti, non solo della forma e della sostanza di un atto pubblico quale una proclamazione di laurea, non solo della dignità di un corpo docente che il rettore dovrebbe rappresentare, ma anche dei requisiti etici di una istituzione universitaria d’eccellenza quale l’Università San Raffaele giustamente aspira a essere.”</p>
<p>La direzione comunicazione dell&#8217;Università precisa, da parte sua, che &#8220;non si deve gridare allo scandalo: qualcuno si meraviglia se alla Cattolica i docenti si sono in pratica tutti formati nelle file di quella Università? Chi frequenta don Luigi sa che egli considera i nostri discenti i nostri primi docenti e sa anche quanto a lui stia a cuore che il futuro di tutto il San Raffaele sia affidato preferibilmente a chi lo conosce meglio degli altri.&#8221;.</p>
<p>Che fine ha fatto la cultura?</p>
<p><strong><em>di Eleonora Pochi</em></strong></p>
<form id="vozme_form_b9a3221d425b1b47f741caec0307844a" method="post" name="vozme_form_b9a3221d425b1b47f741caec0307844a" target="b9a3221d425b1b47f741caec0307844a" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="L’Italia, da culla della cultura a tomba.. Sempre più giovani emigrano, la cosiddetta fuga dei cervelli è in atto da decenni ed è un fenomeno destinato all’aumento. Come biasimarli?
In Italia, per noi giovani, non c’è futuro, ma nel caso  si rientrasse  nella “Cricca”,  potrebbe scapparci pure la docenza di una cattedra universitaria…
La disoccupazione giovanile in Italia sale vorticosamente. Siamo sempre di più.
Diploma o laurea non fa differenza, le file all’ufficio di collocamento sono ogni giorno più lunghe.
La crisi economica pesa sulle spalle come un macigno e và  a braccetto con una crisi sociale sempre più evidente, che marca i confini tra chi fa parte di un mondo in cui la crisi, non sa nemmeno cos’è e chi ci fa i conti giorno dopo giorno.
Sarebbero troppi i casi da esporre, tuttavia si puo’ riflettere sui fatti più recenti.
Tenendo in considerazione che buona parte di “benestanti” nel nostro paese, sia coinvolta in inchieste e scandali da far accapponare la pelle e che si sarebbe arrivati a ridere di un terremoto perché visto come appetitosa fonte di possibili appalti e guadagni, emigrerei anch’io, domani mattina. Un altro cervello in fuga.
La riforma Gelmini “ammazza-cultura”, congiunta a sistemi clientelari dell’Università, al favoritismo e al conseguente accantonamento della meritocrazia sempre più evidente stanno portando alla tomba la cultura.
Nel frattempo pero’, c’è un esercito di piccole formiche che opera nel retroscena, è invisibile. Docenti e professori efficienti, ricercatori meritevoli, dottorandi, studenti e lavoratori, stagisti, diplomati e non che si sbattono per non fare qualcosa di buono e non far cadere questa nazione nel ridicolo.
Come sono ricompensati? Con nulla ma pare ci sia speranza, a sentire le possibilità offerte ad una 26enne fresca di diploma di laurea.
Sì perché pare che sia possibile acquisire addirittura un cattedra universitaria con un semplice diploma di laurea triennale. All&#8217;Università del San Raffaele, la giovane Barbara Berlusconi si è diplomata: laurea triennale in filosofia, tesi su Amartya Sen. Diligentemente discute la sua tesi e ne esce con il massimo dei voti. Fin qui, i miei migliori complimenti ad una ragazza in gamba!
Sapete cosa fa il rettore/amico Don Luigi Maira Verzè qualche ora dopo? Le offre giusto una cattedra ispirata alla sua tesi. Ci sono speranze anche per noi ragazzi!
Anzi no.
Non siamo tutti i figli di Silvio Berlusconi.
Una docente dell&#8217;Università San Raffaele dopo l’accaduto a dichiarato apertamente con una lettera indirizzata a Repubblica: “Intendo dissociarmi apertamente e pubblicamente da questa che ritengo una violazione non solo del principio della pari dignità formale degli studenti, non solo della forma e della sostanza di un atto pubblico quale una proclamazione di laurea, non solo della dignità di un corpo docente che il rettore dovrebbe rappresentare, ma anche dei requisiti etici di una istituzione universitaria d’eccellenza quale l’Università San Raffaele giustamente aspira a essere.”
La direzione comunicazione dell&#8217;Università precisa, da parte sua, che &#8220;non si deve gridare allo scandalo: qualcuno si meraviglia se alla Cattolica i docenti si sono in pratica tutti formati nelle file di quella Università? Chi frequenta don Luigi sa che egli considera i nostri discenti i nostri primi docenti e sa anche quanto a lui stia a cuore che il futuro di tutto il San Raffaele sia affidato preferibilmente a chi lo conosce meglio degli altri.&#8221;.
Che fine ha fatto la cultura?
di Eleonora Pochi
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		<title>Alla ricerca del congiuntivo perduto!</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 16:34:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefanini</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Il tempo della probabilità e del dubbio sembra non sia di buon auspicio per se stesso. Infatti gli italiani lo usano sempre di meno e c’è la possibilità che venga messo da parte per dar spazio ad usi più diretti. L’utilizzo del corretto italiano sta diventando un problema nel nostro paese. Gruppi sul nuovo social [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.abitarearoma.it/redazione/wp-content/uploads/2010/01/6576_1085361294036_1226501949_30217397_5820273_n.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-386" style="border: 0pt none; margin-left: 4px; margin-right: 4px;" title="6576_1085361294036_1226501949_30217397_5820273_n" src="http://www.abitarearoma.it/redazione/wp-content/uploads/2010/01/6576_1085361294036_1226501949_30217397_5820273_n-150x150.jpg" alt="6576_1085361294036_1226501949_30217397_5820273_n" width="150" height="150" /></a>Il tempo della probabilità e del dubbio sembra non sia di buon auspicio per se stesso. Infatti gli italiani lo usano sempre di meno e c’è la possibilità che venga messo da parte per dar spazio ad usi più diretti. L’utilizzo del corretto italiano sta diventando un problema nel nostro paese. Gruppi sul nuovo social network “Facebook”, siti su internet e blog rivendicano il “Signor” congiuntivo, questo sconosciuto.</p>
<p>Molti navigatori del web, infatti, intendono salvarlo. La maggior parte dei  parlanti, però, sembra <span id="more-384"></span>prediligere soprattutto l’indicativo perché più semplice da usare. Ma la domanda è, perché è semplice da adoperare? Forse per una cattiva istruzione ricevuta nelle scuole? O perché non si leggono libri? In realtà, diventa difficile da usare uno “strumento” con il quale si ha poca dimestichezza.</p>
<p>Un dato che risalta subito agli occhi è la percentuale di analfabeti in Italia: il 36,5% stando ai dati Istat del 2006. In Europa la media è del 16,9%. Inoltre, sempre grazie all’Istat, si apprende che i libri vengono letti più spesso ma se ne leggono meno in un anno. E le famiglie che non possiedono libri aumentano. Tutto ciò è strettamente correlato alla lingua italiana e, di conseguenza, al suo utilizzo. Questi dati sono agghiaccianti se si pensa che viviamo nel 2010, l’era della tecnologia.</p>
<p>La situazione drammatica dell’Italia sotto tutti gli aspetti dovrebbe far riflettere. Il congiuntivo è uno spunto per manifestare e dipingere la condizione dello Stato. C’era una volta la lingua italiana, e continuerà ad esserci, congiuntivo compreso? E ricordate che la parola “congiuntivo” indica “ciò che si congiunge”, chissà, magari è una speranza! Che il congiuntivo unisca la cultura agli italiani, allora!</p>
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Molti navigatori del web, infatti, intendono salvarlo. La maggior parte dei  parlanti, però, sembra prediligere soprattutto l’indicativo perché più semplice da usare. Ma la domanda è, perché è semplice da adoperare? Forse per una cattiva istruzione ricevuta nelle scuole? O perché non si leggono libri? In realtà, diventa difficile da usare uno “strumento” con il quale si ha poca dimestichezza.
Un dato che risalta subito agli occhi è la percentuale di analfabeti in Italia: il 36,5% stando ai dati Istat del 2006. In Europa la media è del 16,9%. Inoltre, sempre grazie all’Istat, si apprende che i libri vengono letti più spesso ma se ne leggono meno in un anno. E le famiglie che non possiedono libri aumentano. Tutto ciò è strettamente correlato alla lingua italiana e, di conseguenza, al suo utilizzo. Questi dati sono agghiaccianti se si pensa che viviamo nel 2010, l’era della tecnologia.
La situazione drammatica dell’Italia sotto tutti gli aspetti dovrebbe far riflettere. Il congiuntivo è uno spunto per manifestare e dipingere la condizione dello Stato. C’era una volta la lingua italiana, e continuerà ad esserci, congiuntivo compreso? E ricordate che la parola “congiuntivo” indica “ciò che si congiunge”, chissà, magari è una speranza! Che il congiuntivo unisca la cultura agli italiani, allora!
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		<title>L&#8217;irresistibile musicalità di Avenue Q al Teatro Olimpico</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 18:06:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tifi</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Anziché rassegnarsi, contro la sfiga ci vuole un po’ di accogliente buonumore e … almeno un sogno. E così a via della Sfiga, Avenue Q, ne succedono di tutti i colori, ma l’allegria di un musical impeccabile dal punto di vista tecnico fa uscire canticchiando anche il più serio degli spettatori. Al Teatro Olimpico, piazza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.abitarearoma.it/redazione/wp-content/uploads/2009/10/Avenue-q.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-365" title="Avenue q" src="http://www.abitarearoma.it/redazione/wp-content/uploads/2009/10/Avenue-q-150x150.jpg" alt="Avenue q" width="150" height="150" /></a>Anziché rassegnarsi, contro la sfiga ci vuole un po’ di accogliente buonumore e … almeno un sogno. E così a via della Sfiga, Avenue Q, ne succedono di tutti i colori, ma l’allegria di un musical impeccabile dal punto di vista tecnico fa uscire canticchiando anche il più serio degli spettatori.</p>
<p>Al Teatro Olimpico, piazza Gentile da Fabriano 17, fino al 1 novembre 2009 sono in scena i <span id="more-362"></span>temi di sempre e perciò sempre attuali: con semplicità e il sorriso sulle labbra si affrontano il razzismo, l’omosessualità, il problema della casa e del lavoro, l’amore e l’amicizia.</p>
<p>Dopo il debutto off-Broadway nel marzo 2003, Avenue Q ha girato il mondo e si è aggiudicato vari premi tra cui tre Tony Awards come miglior musical, miglior soggetto originale e migliori musiche originali. L’idea che rende quasi tutti gli attori ventriloqui a carte scoperte la spiega il regista, Stefano Genovese, che ha curato la versione italiana: “l’apparente candore di un pupazzo gli permette di esternare pensieri, di commentare il mondo, di ricercare delle semplici verità in tutta libertà. Il pupazzo, innocuo giocattolo per bambini, con tanto di occhioni e largo sorriso, può dire con innocenza (franchezza) quello che molti di noi pensano e fanno, liberando finalmente la bestia del Politicamente Scorretto, che dà così tanta soddisfazione”.</p>
<p>Purtroppo il coming out, l’intento liberatorio, è tacciato di troppo buonismo e i personaggi, troppo volti a rappresentare l’universale, si assottigliano fino a perdere di spessore psicologico e alle volte diventano un po’ troppo banali.</p>
<p>Tuttavia restano le trovate intelligenti, come gli Orsetti dei Pensieri Cattivi che istigano all’alcol, all’ebbrezza e al suicidio, le scatole parlanti che fungono da coro e altre idee spiritose che movimentano l’azione.</p>
<p>Un plauso particolare va a tutto il settore musicale, dall’ineccepibile band che suona dal vivo (c’è il pianoforte, la batteria, la chitarra, i flauti, il basso e il contrabbasso) agli attori che, oltre a recitare e animare i pupazzi, cantano liriche e canzoni con sorprendente bravura.</p>
<p>E’ facile ridere e rispecchiarsi in Avenue Q, ma ammettere le piccole grandi verità della nostra esistenza, ad esempio “che siamo tutti un po’ razzisti”, è solo il primo passo di un lungo percorso di conoscenza del nostro vivere comune.</p>
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Al Teatro Olimpico, piazza Gentile da Fabriano 17, fino al 1 novembre 2009 sono in scena i temi di sempre e perciò sempre attuali: con semplicità e il sorriso sulle labbra si affrontano il razzismo, l’omosessualità, il problema della casa e del lavoro, l’amore e l’amicizia.
Dopo il debutto off-Broadway nel marzo 2003, Avenue Q ha girato il mondo e si è aggiudicato vari premi tra cui tre Tony Awards come miglior musical, miglior soggetto originale e migliori musiche originali. L’idea che rende quasi tutti gli attori ventriloqui a carte scoperte la spiega il regista, Stefano Genovese, che ha curato la versione italiana: “l’apparente candore di un pupazzo gli permette di esternare pensieri, di commentare il mondo, di ricercare delle semplici verità in tutta libertà. Il pupazzo, innocuo giocattolo per bambini, con tanto di occhioni e largo sorriso, può dire con innocenza (franchezza) quello che molti di noi pensano e fanno, liberando finalmente la bestia del Politicamente Scorretto, che dà così tanta soddisfazione”.
Purtroppo il coming out, l’intento liberatorio, è tacciato di troppo buonismo e i personaggi, troppo volti a rappresentare l’universale, si assottigliano fino a perdere di spessore psicologico e alle volte diventano un po’ troppo banali.
Tuttavia restano le trovate intelligenti, come gli Orsetti dei Pensieri Cattivi che istigano all’alcol, all’ebbrezza e al suicidio, le scatole parlanti che fungono da coro e altre idee spiritose che movimentano l’azione.
Un plauso particolare va a tutto il settore musicale, dall’ineccepibile band che suona dal vivo (c’è il pianoforte, la batteria, la chitarra, i flauti, il basso e il contrabbasso) agli attori che, oltre a recitare e animare i pupazzi, cantano liriche e canzoni con sorprendente bravura.
E’ facile ridere e rispecchiarsi in Avenue Q, ma ammettere le piccole grandi verità della nostra esistenza, ad esempio “che siamo tutti un po’ razzisti”, è solo il primo passo di un lungo percorso di conoscenza del nostro vivere comune.
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		<title>Hiroshige, il maestro della natura</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 09:33:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefanini</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[giappone]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<category><![CDATA[Utagawa Hiroshige]]></category>

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		<description><![CDATA[Una mostra che riporta alle origini dell&#8217;uomo nella natura, quella di Utagawa Hiroshige. Per la prima volta, uno tra i più importanti pittori giapponesi del XIX secolo, approda in Italia in rappresentanza di una cultura lontana da noi. Ad accoglierlo è il Museo Fondazione di Roma a via del Corso fino al 7 giugno. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.abitarearoma.it/redazione/wp-content/uploads/2009/05/cascata-hiroshige.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-140" title="cascata-hiroshige" src="http://www.abitarearoma.it/redazione/wp-content/uploads/2009/05/cascata-hiroshige.jpg" alt="Hiroshige" width="245" height="234" /></a>Una mostra che riporta alle origini dell&#8217;uomo nella natura, quella di Utagawa Hiroshige. Per la prima volta, uno tra i più importanti pittori giapponesi del XIX secolo, approda in Italia in rappresentanza di una cultura lontana da noi. Ad accoglierlo è il Museo Fondazione di Roma a via del Corso fino al 7 giugno.</p>
<p>La mostra in sé si presenta già sublime. La struttura si è plasmata per alloggiare le opere giapponesi: piante orientali, pontili in legno, finestre con ombre di giapponesi, fontane zen.<br />
L&#8217;atmosfera diventa ancora più magica grazie ad un rilassante sottofondo musicale. Le luci sono soffuse e l&#8217;ambiente caldo ed intenso.</p>
<p>Per rendere il tutto più attraente, viene dato ad ogni visitatore un diario di viaggio all&#8217;interno del quale è possibile scrivere tutte le <span id="more-139"></span>possibili annotazioni. Inoltre, su ogni pagina del diario, si deve apporre un timbro. I timbri in tutto il percorso sono quattro e, a mano a mano che si avanza, si marchia il proprio diario di viaggio.</p>
<p>Per sentirsi tutt&#8217;uno con la cultura giapponese, ad un certo punto del &#8220;viaggio&#8221; si incontra &#8220;un&#8217;oasi della scrittura&#8221; in cui ci sono delle tavolette e dei pennelli imbevuti d&#8217;acqua con i quali ognuno può provare a riprodurre dei noti simboli giapponesi stilizzati. Non manca, poi, un filmato ove è spiegato il procedimento delle opere dell&#8217;artista.<br />
Sono più di 200 i prodotti artistici ammirabili nel museo.</p>
<p>Dai pesci agli uccelli, dai paesaggi invernali ai paesaggi primaverili, dalle raffigurazioni di tipici mercati giapponesi a ritratti di pescatori o donne in kimono.</p>
<p>Veramente caratteristico è il modo di Hiroshige di raffigurare la pioggia e la neve, tanto da essere considerato &#8220;il maestro della pioggia&#8221;.</p>
<p>La sua ventata di semplicità e sensibilità arrivò fino in Occidente, dove fu spunto per noti pittori come Van Gogh, Monet, Manet e tanti altri. Stimolante è il raffronto con tre copie di opere di Van Gogh inserite appositamente nella mostra per far vedere come l&#8217;impronta di Hiroshige sia stata così nitida in Occidente.</p>
<p>Una sezione a parte testimonia l&#8217;influsso che il maestro ebbe sul nuovo mezzo visivo, la macchinetta fotografica. Le fotografie venivano lavorate ulteriormente per creare effetti e punti di luce assolutamente suggestivi. Come suggestivo è, d&#8217;altronde, tutto il cammino nella cultura giapponese proposto da questa iniziativa. È un&#8217;opportunità per ritornare alle origini e sentirsi in sintonia con la natura, come Hiroshige ha sempre voluto trasmettere con la sua semplicità e delicatezza.</p>
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La mostra in sé si presenta già sublime. La struttura si è plasmata per alloggiare le opere giapponesi: piante orientali, pontili in legno, finestre con ombre di giapponesi, fontane zen.
L&#8217;atmosfera diventa ancora più magica grazie ad un rilassante sottofondo musicale. Le luci sono soffuse e l&#8217;ambiente caldo ed intenso.
Per rendere il tutto più attraente, viene dato ad ogni visitatore un diario di viaggio all&#8217;interno del quale è possibile scrivere tutte le possibili annotazioni. Inoltre, su ogni pagina del diario, si deve apporre un timbro. I timbri in tutto il percorso sono quattro e, a mano a mano che si avanza, si marchia il proprio diario di viaggio.
Per sentirsi tutt&#8217;uno con la cultura giapponese, ad un certo punto del &#8220;viaggio&#8221; si incontra &#8220;un&#8217;oasi della scrittura&#8221; in cui ci sono delle tavolette e dei pennelli imbevuti d&#8217;acqua con i quali ognuno può provare a riprodurre dei noti simboli giapponesi stilizzati. Non manca, poi, un filmato ove è spiegato il procedimento delle opere dell&#8217;artista.
Sono più di 200 i prodotti artistici ammirabili nel museo.
Dai pesci agli uccelli, dai paesaggi invernali ai paesaggi primaverili, dalle raffigurazioni di tipici mercati giapponesi a ritratti di pescatori o donne in kimono.
Veramente caratteristico è il modo di Hiroshige di raffigurare la pioggia e la neve, tanto da essere considerato &#8220;il maestro della pioggia&#8221;.
La sua ventata di semplicità e sensibilità arrivò fino in Occidente, dove fu spunto per noti pittori come Van Gogh, Monet, Manet e tanti altri. Stimolante è il raffronto con tre copie di opere di Van Gogh inserite appositamente nella mostra per far vedere come l&#8217;impronta di Hiroshige sia stata così nitida in Occidente.
Una sezione a parte testimonia l&#8217;influsso che il maestro ebbe sul nuovo mezzo visivo, la macchinetta fotografica. Le fotografie venivano lavorate ulteriormente per creare effetti e punti di luce assolutamente suggestivi. Come suggestivo è, d&#8217;altronde, tutto il cammino nella cultura giapponese proposto da questa iniziativa. È un&#8217;opportunità per ritornare alle origini e sentirsi in sintonia con la natura, come Hiroshige ha sempre voluto trasmettere con la sua semplicità e delicatezza.
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		<title>Amaro Romano/Forum Mondiale Acqua: la necessità di un po&#8217; d&#8217;umanità&#8230;</title>
		<link>http://www.abitarearoma.it/redazione/amaro-romanoforum-mondiale-acqua-la-necessita-di-un-po-dumanita/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2009 08:17:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[Water World Forum]]></category>

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		<description><![CDATA[Loro l&#8217;acqua ce l&#8217;avevano. Loro. Parlo dei congressisti, ma soprattutto di quella ventina di capi di Stato che si sono riuniti dal 16 al 22 marzo nella splendida città di Istanbul (Turchia) per il Water World Forum &#8211; il congresso mondiale sull&#8217;acqua. Obiettivo dichiarato delle società occidentali: garantire l&#8217;accesso all&#8217;acqua a quel miliardo e quattrocento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Loro l&#8217;acqua ce l&#8217;avevano. Loro. Parlo dei congressisti, ma soprattutto di quella ventina di capi di Stato che si sono riuniti dal 16 al 22 marzo nella splendida città di Istanbul (Turchia) per il Water World Forum &#8211; il congresso mondiale sull&#8217;acqua.</p>
<p>Obiettivo dichiarato delle società occidentali: garantire l&#8217;accesso all&#8217;acqua a quel miliardo e quattrocento milioni di esseri umani che oggi non possono permettersela. Obiettivo del Forum: cercare di rendere possibile l&#8217;obiettivo umanitario senza dispiacere alle multinazionali e ai gruppi di potere che trasformano l&#8217;acqua in un solido business.</p>
<p>Risultato?</p>
<p><span id="more-129"></span></p>
<p>Il risultato, dopo i ripetuti incontri preparatori (l&#8217;ultimo a gennaio, proprio a Roma), è la firma di un accordo che a molti di voi sorprenderà: l&#8217;acqua è una necessità. Un Manfredi d&#8217;altri tempi direbbe: &#8220;&#8230;e c&#8217;avete pure discusso &#8216;na settimana?&#8221;.</p>
<p>Ma che significa sostenere che l&#8217;acqua è una necessità, e non (per esempio) un diritto? Semplicemente, che se viene considerata una necessità dell&#8217;uomo, come il cibo o i vestiti, l&#8217;unico vincolo che gli Stati sono tenuti a rispettare &#8211; ammesso che lo facciano &#8211; è quello di garantirla&#8230; cioè metterla a disposizione sul territorio. Si parla di &#8220;accesso all&#8217;acqua&#8221; ma in un&#8217;accezione diversa, cioè in termini di offerta.</p>
<p>Le associazioni, le ONG e i rappresentanti dei partiti &#8220;antagonisti&#8221; si sono, per questo motivo, riuniti nei pressi del palazzo dei big, organizzando un controforum e &#8211; ahinoi!- scambiando qualche parola con gli agenti della Swat turca. Chiedevano una piccolissima modifica al trattato. Una modifica infinitesimale. Una sola parola. Una parola che porta con sé una forza troppo dirompente e incontrollabile: diritto.</p>
<p>Se l&#8217;acqua diventa un diritto allora il discorso cambia radicalmente. Tutto il trattato si regge in equilibrio su quello spazio bianco da riempire, nella frase &#8220;l&#8217;acqua è un &#8230; di tutti&#8221;. Il potere del linguaggio, pensate un po&#8217;. Per una parola scoppiano guerre o si stringono abbracci. Per una parola. E quando questa parola riguarda tutto il mondo, beh, allora è il caso di ragionarci sopra un bel po&#8217;. Magari interagendo anche con chi non la pensa come la maggioranza, e coinvolgendoli nel processo decisionale. Il dialogo è cruciale in quesi momenti. Ma al palazzo dei big si entra solo su invito. E tante associazioni, ONG e organizzazioni umanitarie non l&#8217;hanno mai ricevuto.</p>
<p>Se l&#8217;acqua è un diritto, dicevamo, deve essere garantito non solo l&#8217;accesso, ma anche la distribuzione. Se l&#8217;acqua è un diritto un miliardo e quattrocento milioni di persone muoiono anche per colpa nostra. Se l&#8217;acqua è un diritto, farla bere è un dovere. Perdonate il mio solito, amaro, pessimismo ma francamente mi sembra un po&#8217; troppo per questo vecchio vecchio mondo.</p>
<p>Nessuno avrebbe mai ratificato un trattato che lo inchiodasse all&#8217;angolo del ring, o che inchiodasse i propri gruppi economici di potere. Specialmente quei paesi che, diciamocelo, fanno della carenza d&#8217;acqua un&#8217;arma micidiale per il controllo (o non-controllo) del territorio; per tagliare le gambe al vicino di casa; per limitare l&#8217;accesso al benessere ai &#8220;nemici&#8221;.</p>
<p>Credete che a qualcuno di quei big che hanno firmato il trattato importasse qualcosa? O li fate proprio così ignoranti? Oddio, a pensarci&#8230;</p>
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Obiettivo dichiarato delle società occidentali: garantire l&#8217;accesso all&#8217;acqua a quel miliardo e quattrocento milioni di esseri umani che oggi non possono permettersela. Obiettivo del Forum: cercare di rendere possibile l&#8217;obiettivo umanitario senza dispiacere alle multinazionali e ai gruppi di potere che trasformano l&#8217;acqua in un solido business.
Risultato?

Il risultato, dopo i ripetuti incontri preparatori (l&#8217;ultimo a gennaio, proprio a Roma), è la firma di un accordo che a molti di voi sorprenderà: l&#8217;acqua è una necessità. Un Manfredi d&#8217;altri tempi direbbe: &#8220;&#8230;e c&#8217;avete pure discusso &#8216;na settimana?&#8221;.
Ma che significa sostenere che l&#8217;acqua è una necessità, e non (per esempio) un diritto? Semplicemente, che se viene considerata una necessità dell&#8217;uomo, come il cibo o i vestiti, l&#8217;unico vincolo che gli Stati sono tenuti a rispettare &#8211; ammesso che lo facciano &#8211; è quello di garantirla&#8230; cioè metterla a disposizione sul territorio. Si parla di &#8220;accesso all&#8217;acqua&#8221; ma in un&#8217;accezione diversa, cioè in termini di offerta.
Le associazioni, le ONG e i rappresentanti dei partiti &#8220;antagonisti&#8221; si sono, per questo motivo, riuniti nei pressi del palazzo dei big, organizzando un controforum e &#8211; ahinoi!- scambiando qualche parola con gli agenti della Swat turca. Chiedevano una piccolissima modifica al trattato. Una modifica infinitesimale. Una sola parola. Una parola che porta con sé una forza troppo dirompente e incontrollabile: diritto.
Se l&#8217;acqua diventa un diritto allora il discorso cambia radicalmente. Tutto il trattato si regge in equilibrio su quello spazio bianco da riempire, nella frase &#8220;l&#8217;acqua è un &#8230; di tutti&#8221;. Il potere del linguaggio, pensate un po&#8217;. Per una parola scoppiano guerre o si stringono abbracci. Per una parola. E quando questa parola riguarda tutto il mondo, beh, allora è il caso di ragionarci sopra un bel po&#8217;. Magari interagendo anche con chi non la pensa come la maggioranza, e coinvolgendoli nel processo decisionale. Il dialogo è cruciale in quesi momenti. Ma al palazzo dei big si entra solo su invito. E tante associazioni, ONG e organizzazioni umanitarie non l&#8217;hanno mai ricevuto.
Se l&#8217;acqua è un diritto, dicevamo, deve essere garantito non solo l&#8217;accesso, ma anche la distribuzione. Se l&#8217;acqua è un diritto un miliardo e quattrocento milioni di persone muoiono anche per colpa nostra. Se l&#8217;acqua è un diritto, farla bere è un dovere. Perdonate il mio solito, amaro, pessimismo ma francamente mi sembra un po&#8217; troppo per questo vecchio vecchio mondo.
Nessuno avrebbe mai ratificato un trattato che lo inchiodasse all&#8217;angolo del ring, o che inchiodasse i propri gruppi economici di potere. Specialmente quei paesi che, diciamocelo, fanno della carenza d&#8217;acqua un&#8217;arma micidiale per il controllo (o non-controllo) del territorio; per tagliare le gambe al vicino di casa; per limitare l&#8217;accesso al benessere ai &#8220;nemici&#8221;.
Credete che a qualcuno di quei big che hanno firmato il trattato importasse qualcosa? O li fate proprio così ignoranti? Oddio, a pensarci&#8230;
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		<title>Amaro Romano/ Eluana senza pace: ecco tutte le bugie di chi vuole mantenerla per forza in vita!</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 09:55:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[eluana englaro]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Continua spietatamente la bagarre politica intorno al povero corpo inerme di Eluana Englaro. Intrappolata nella sua gabbia di tubi, non riesce ancora a trovare quella pace che meriterebbe più di chiunque altro. Quella pace che i buoni cristiani insegnano ad accettare come un grande dono di Dio, nel momento in cui ci chiama a sé. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Continua spietatamente la bagarre politica intorno al povero corpo inerme di Eluana Englaro. Intrappolata nella sua gabbia di tubi, non riesce ancora a trovare quella pace che meriterebbe più di chiunque altro. Quella pace che i buoni cristiani insegnano ad accettare come un grande dono di Dio, nel momento in cui ci chiama a sé.</p>
<p>Ma purtroppo tra Cristianesimo e Chiesa non c&#8217;è mai stato grande feeling, e quando c&#8217;è di mezzo la politica viene meno, immancabilmente, la fede. Intrappolata, dicevamo, da chi vuole a tutti i costi inchiodarla per sempre su quel letto d&#8217;ospedale, come Cristo sulla croce, Eluana sta diventando il burattino di un gioco sadico e crudele, orchestrato dai poteri forti del Vaticano e da una larga parte dei politici in Parlamento, che pur di averla vinta sarebbero disposti a tutto&#8230; perfino a mentire.</p>
<p>Prendendo spunto dall&#8217;articolo di Luca Landò e dalle dichiarazioni di Margherita Hack, entrambi su L&#8217;Unità del 4 febbraio scorso, ecco le ragioni &#8211; false &#8211; per cui quella povera ragazza dovrebbe restare in vita.</p>
<p><span id="more-112"></span></p>
<p>Molti continuano a ripetere, in modalità disco rotto, il fatto che Eluana soffrirà&#8230; e non è vero! Il cervello della ragazza è stato compromesso 17 anni fa, quando accadde l&#8217;incidente. E&#8217; un corpo, sostiene Margherita Hack, tenuto in vita dalle macchine e non è dunque in grado di provare emozioni o sensazioni, soffrire o gioire.</p>
<p>Dicono che morirà di fame e di sete&#8230; e non è vero! L&#8217;ignoranza dilagante e soprattutto coloro che l&#8217;alimentano ogni giorno con slogan terribilmente scorretti e bigotti, è vergognosa! Eluana è sotto un trattamento sanitario, il ché significa che ciò che la mantiene in vita è un mix di sostanze (proteine, zuccheri, vitamine, ecc.) incolore e inodore. Un &#8220;bibitone&#8221; che permette agli organi di continuare a funzionare. &#8220;Stiamo parlando &#8211; ha infatti sottolineato la Hack &#8211; di trattamenti medici&#8221;, di un meccanismo artificiale che sospende la morte biologica, naturale, di un individuo. &#8220;Qui non c&#8217;è più alcun sentimento cristiano&#8221;, chiosa poi l&#8217;astrofisica toscana.</p>
<p>Alcuni &#8211; tra i quali Maurizio Gasparri, presidente dei senatori PdL &#8211; dicono che sarà un omicidio&#8230; e non è vero! Di nuovo la manipolazione della realtà orientata alla strumentalizzazione politica della povera Eluana: Eluana è MANTENUTA in vita. Le sue condizioni sono praticamente irreversibili &#8211; salvo miracoli, ma sfido chiunque ad affidarsi a questo tipo di &#8220;terapia&#8221; -. La sua morte è già avvenuta 17 anni fa, e da allora è in una fase di stand-by terribile. Né viva, né morta! Secondo voi esiste un modo più crudele di trattare un essere umano? E&#8217; innaturale, dice ancora Margherita Hack, una condizione del genere.</p>
<p>C&#8217;è poi chi dice che è come il caso Terry Schiavo&#8230; e non è vero! In quel frangente &#8211; ricorda Landò &#8211; in famiglia esistevano pareri contrastanti sul volere della donna. C&#8217;era chi diceva che lei avrebbe voluto così e chi negava. I famigliari di Eluana, invece, sono stati netti e compatti: lei non avrebbe voluto una vita così. Inoltre l&#8217;autopsia della signora Schiavo stabilì che la donna non aveva nessuna possibilità di guarigione &#8211; nemmeno con un miracolo! &#8211; perché il cervello era ormai atrofizzato (pesava circa la metà). Con buona pace di chi sosteneva il contrario!</p>
<p>Infine, c&#8217;è chi sostiene sia un caso di eutanasia&#8230; e questo non è (del tutto) vero! L&#8217;alimentazione e l&#8217;idratazione, come abbiamo detto poco sopra, sono trattamenti medici artificiali somministrati al fine di mantenere in vita un corpo che biologicamente non riuscirebbe a vivere da sé. Attenzione: non si tratta di aiutare a mantenere in vita un corpo vivo, ma mantenerne uno che è destinato alla morte naturale. L&#8217;eutanasia &#8211; anticamente: la &#8220;buona morte&#8221; &#8211; è una pratica che toglie la vita di chi soffre (ma è vivo!). Sotto certi aspetti potremmo anche considerarla eutanasia, dato che togliamo la vita (artificiale) ad un corpo che soffre di una non-vita (o non-morte): il ché, anche se fosse, apparirebbe un gesto comprensibile e giusto. Ma occorre ricordare che, a sciogliere la matassa, ci pensa la Costituzione italiana, che stabilisce (art. 32) che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario: Eluana, perciò, è stata per anni vittima di un abuso poiché la sua volontà (come anche quella dei suoi famigliari) era quella di trovare la pace eterna.</p>
<p>In conclusione: quello che sta accadendo è solo uno scontro ideologico tra due posizioni concorrenti. Da una parte c&#8217;è chi sostiene (o meglio: dice di sostenere) la vita e sfrutta la povera Eluana per imporre la propria idea, sostenendo falsità e promuovendo menzogne e slogan pubblicitari bigotti e irragionevoli. Da un&#8217;altra parte c&#8217;è chi, invece, sceglie di affidarsi alla medicina &#8211; e più in generale alla scienza -, rispettando così la volontà dei famigliari e della stessa Eluana, che l&#8217;ultima cosa che avrebbe voluto è rimanere intrappolata su un lettino d&#8217;ospedale per il resto dei suoi giorni.</p>
<form id="vozme_form_7f5caf1670fc9f60610660e090543c98" method="post" name="vozme_form_7f5caf1670fc9f60610660e090543c98" target="7f5caf1670fc9f60610660e090543c98" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Amaro Romano/ Eluana senza pace: ecco tutte le bugie di chi vuole mantenerla per forza in vita!.. Continua spietatamente la bagarre politica intorno al povero corpo inerme di Eluana Englaro. Intrappolata nella sua gabbia di tubi, non riesce ancora a trovare quella pace che meriterebbe più di chiunque altro. Quella pace che i buoni cristiani insegnano ad accettare come un grande dono di Dio, nel momento in cui ci chiama a sé.
Ma purtroppo tra Cristianesimo e Chiesa non c&#8217;è mai stato grande feeling, e quando c&#8217;è di mezzo la politica viene meno, immancabilmente, la fede. Intrappolata, dicevamo, da chi vuole a tutti i costi inchiodarla per sempre su quel letto d&#8217;ospedale, come Cristo sulla croce, Eluana sta diventando il burattino di un gioco sadico e crudele, orchestrato dai poteri forti del Vaticano e da una larga parte dei politici in Parlamento, che pur di averla vinta sarebbero disposti a tutto&#8230; perfino a mentire.
Prendendo spunto dall&#8217;articolo di Luca Landò e dalle dichiarazioni di Margherita Hack, entrambi su L&#8217;Unità del 4 febbraio scorso, ecco le ragioni &#8211; false &#8211; per cui quella povera ragazza dovrebbe restare in vita.

Molti continuano a ripetere, in modalità disco rotto, il fatto che Eluana soffrirà&#8230; e non è vero! Il cervello della ragazza è stato compromesso 17 anni fa, quando accadde l&#8217;incidente. E&#8217; un corpo, sostiene Margherita Hack, tenuto in vita dalle macchine e non è dunque in grado di provare emozioni o sensazioni, soffrire o gioire.
Dicono che morirà di fame e di sete&#8230; e non è vero! L&#8217;ignoranza dilagante e soprattutto coloro che l&#8217;alimentano ogni giorno con slogan terribilmente scorretti e bigotti, è vergognosa! Eluana è sotto un trattamento sanitario, il ché significa che ciò che la mantiene in vita è un mix di sostanze (proteine, zuccheri, vitamine, ecc.) incolore e inodore. Un &#8220;bibitone&#8221; che permette agli organi di continuare a funzionare. &#8220;Stiamo parlando &#8211; ha infatti sottolineato la Hack &#8211; di trattamenti medici&#8221;, di un meccanismo artificiale che sospende la morte biologica, naturale, di un individuo. &#8220;Qui non c&#8217;è più alcun sentimento cristiano&#8221;, chiosa poi l&#8217;astrofisica toscana.
Alcuni &#8211; tra i quali Maurizio Gasparri, presidente dei senatori PdL &#8211; dicono che sarà un omicidio&#8230; e non è vero! Di nuovo la manipolazione della realtà orientata alla strumentalizzazione politica della povera Eluana: Eluana è MANTENUTA in vita. Le sue condizioni sono praticamente irreversibili &#8211; salvo miracoli, ma sfido chiunque ad affidarsi a questo tipo di &#8220;terapia&#8221; -. La sua morte è già avvenuta 17 anni fa, e da allora è in una fase di stand-by terribile. Né viva, né morta! Secondo voi esiste un modo più crudele di trattare un essere umano? E&#8217; innaturale, dice ancora Margherita Hack, una condizione del genere.
C&#8217;è poi chi dice che è come il caso Terry Schiavo&#8230; e non è vero! In quel frangente &#8211; ricorda Landò &#8211; in famiglia esistevano pareri contrastanti sul volere della donna. C&#8217;era chi diceva che lei avrebbe voluto così e chi negava. I famigliari di Eluana, invece, sono stati netti e compatti: lei non avrebbe voluto una vita così. Inoltre l&#8217;autopsia della signora Schiavo stabilì che la donna non aveva nessuna possibilità di guarigione &#8211; nemmeno con un miracolo! &#8211; perché il cervello era ormai atrofizzato (pesava circa la metà). Con buona pace di chi sosteneva il contrario!
Infine, c&#8217;è chi sostiene sia un caso di eutanasia&#8230; e questo non è (del tutto) vero! L&#8217;alimentazione e l&#8217;idratazione, come abbiamo detto poco sopra, sono trattamenti medici artificiali somministrati al fine di mantenere in vita un corpo che biologicamente non riuscirebbe a vivere da sé. Attenzione: non si tratta di aiutare a mantenere in vita un corpo vivo, ma mantenerne uno che è destinato alla morte naturale. L&#8217;eutanasia &#8211; anticamente: la &#8220;buona morte&#8221; &#8211; è una pratica che toglie la vita di chi soffre (ma è vivo!). Sotto certi aspetti potremmo anche considerarla eutanasia, dato che togliamo la vita (artificiale) ad un corpo che soffre di una non-vita (o non-morte): il ché, anche se fosse, apparirebbe un gesto comprensibile e giusto. Ma occorre ricordare che, a sciogliere la matassa, ci pensa la Costituzione italiana, che stabilisce (art. 32) che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario: Eluana, perciò, è stata per anni vittima di un abuso poiché la sua volontà (come anche quella dei suoi famigliari) era quella di trovare la pace eterna.
In conclusione: quello che sta accadendo è solo uno scontro ideologico tra due posizioni concorrenti. Da una parte c&#8217;è chi sostiene (o meglio: dice di sostenere) la vita e sfrutta la povera Eluana per imporre la propria idea, sostenendo falsità e promuovendo menzogne e slogan pubblicitari bigotti e irragionevoli. Da un&#8217;altra parte c&#8217;è chi, invece, sceglie di affidarsi alla medicina &#8211; e più in generale alla scienza -, rispettando così la volontà dei famigliari e della stessa Eluana, che l&#8217;ultima cosa che avrebbe voluto è rimanere intrappolata su un lettino d&#8217;ospedale per il resto dei suoi giorni.
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		<title>Amaro Romano/ Grande Fratello: in scena la tragedia!</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2009 10:24:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[federica]]></category>
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		<category><![CDATA[grande fratello]]></category>

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		<description><![CDATA[Con stile sobrio, quasi minimalista, gli attori/autori della casa più illustre d&#8217;Italia, quella del Grande Fratello, portano in scena la tragedia della vita. Eravamo abituati a litigi, sgolature, esplosioni di emotività, grandi abbuffate&#8230; ma stavolta il carrozzone luccicante Mediaset sceglie la tragedia. Con la sua raffinata purezza, infatti, da una discussione seria, un po&#8217; eccitata, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con stile sobrio, quasi minimalista, gli attori/autori della casa più illustre d&#8217;Italia, quella del Grande Fratello, portano in scena la tragedia della vita. Eravamo abituati a litigi, sgolature, esplosioni di emotività, grandi abbuffate&#8230; ma stavolta il carrozzone luccicante Mediaset sceglie la tragedia. Con la sua raffinata purezza, infatti, da una discussione seria, un po&#8217; eccitata, che ha per protagonista un personaggio come Federica (per chi non la conoscesse: la biondona che sta &#8220;avanti&#8221;), il capolavoro mediatico del XXI secolo ci dà la possibilità di scivolare nel lucido e imperscrutabile dramma umano&#8230;</p>
<p><span id="more-111"></span></p>
<p>Ripercorriamo quei secondi che, crediamo, sono già scolpiti nella storia del piccolo schermo. Gerri, il non vedente ospite della casa, sta affrontando un serio discorso col resto dei commensali; Federica, esterna alla discussione, sorride. Ma lo fa con strafottenza, con ironia calcata (come suo solito!) tanto che agli occhi del pingue Gianluca sembra proprio una presa in giro! Come prevedibile scoppia la lite tra i due, che in altre edizioni si sarebbe velocemente conclusa con un paio di lacrime e un &#8220;giro di confessionale&#8221;. Ma stavolta il Grande Fratello ha deciso che c&#8217;era bisogno di qualcosa in più; quel pizzico di realtà che al gioco/business è sempre mancato; l&#8217;ultimo gradino verso la rappresentazione pura del dramma quotidiano che è la vita (non per tutti, fortunatamente). Così Federica, con insospettabile nonchalance e destrezza, afferra il primo bicchiere disponibile sul tavolino e lo scaglia contro l&#8217;energico Gianluca, rasentando l&#8217;omicidio volontario. Questi, comprensibilmente atterrito, elabora subito il dramma e lo accompagna per mano in una sequenza degna delle più eccelse sceneggiate napoletane, lanciandosi urlante contro la &#8220;povera&#8221; Federica. Intanto i coinquilini cercano di mettere a posto la situazione come possono, anche se qualcuno non ce la fa e si lascia trascinare dal fascino del teatro partenopeo. Il Grande Fratello, nel frattempo, è bravo a scegliere il tempo e calcare la ribalta al momento giusto, richiamando Gianluca all&#8217;ovile/confessionale proprio quando il climax cominciava a calare. Nel frattempo Federica è in giardino, a cercare di dimostrare che il suo gesto è assolutamente normale e comprensibile nelle famiglie chic della Roma bene: quella di via Veneto, dello Champagne e del &#8220;tacco 12&#8243;.&#8221;Mi ha detto che sono una fallita!&#8221;, continua a giustificarsi (evidentemente il fantasma del precariato terrorizza anche lei, in qualche modo).</p>
<p>Ma il Grande Fratello ha vinto. E&#8217; riuscito a trasformare un usato reality che ormai andava avanti a singhiozzo &#8211; attraverso escamotages, deus ex machina, inquadrature osé, colpi di scena, ecc. &#8211; in un autentico successo televisivo: 40,9% di share e 9.202.000 di ascolti. Senza considerare che il programma ha così guadagnato uno scivolo che per qualche giorno dovrebbe mantenere &#8220;on-air&#8221; i telespettatori.</p>
<p>Ebbene, la verità è una sola, e cioè che le grandi narrative teatrali classiche (la tragedia greca, il dramma dialettico del &#8217;600, la sceneggiata napoletana&#8230;) non muoiono mai e, anzi, funzionano forse ancora di più, oggi.</p>
<p>C&#8217;è solo una piccola differenza: questa non è una scena teatrale. Questa è la vita, signori!, la vita di un gruppo di ragazzi persi tra pettorali, tacchi alti, precariato e surf. E dove l&#8217;unico che sta davvero vincendo è proprio Gerri, che al di là del suo handycap, riesce a sorridere e a dimostrare che nella vita conta ben altro che una maglietta &#8220;vedo e non vedo&#8221; (per usare una frase che disse Federica, con molto acume direi!, proprio a Gerri). Non saprei dire se il Grande Fratello abbia scelto di inserire un non vedente per sottolineare un incontro/confronto tra due realtà sociali, o semplicemente per assoluto sadismo. Sta di fatto che è stata forse la prima cosa interessante ed educativa di questo programmino.</p>
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Ripercorriamo quei secondi che, crediamo, sono già scolpiti nella storia del piccolo schermo. Gerri, il non vedente ospite della casa, sta affrontando un serio discorso col resto dei commensali; Federica, esterna alla discussione, sorride. Ma lo fa con strafottenza, con ironia calcata (come suo solito!) tanto che agli occhi del pingue Gianluca sembra proprio una presa in giro! Come prevedibile scoppia la lite tra i due, che in altre edizioni si sarebbe velocemente conclusa con un paio di lacrime e un &#8220;giro di confessionale&#8221;. Ma stavolta il Grande Fratello ha deciso che c&#8217;era bisogno di qualcosa in più; quel pizzico di realtà che al gioco/business è sempre mancato; l&#8217;ultimo gradino verso la rappresentazione pura del dramma quotidiano che è la vita (non per tutti, fortunatamente). Così Federica, con insospettabile nonchalance e destrezza, afferra il primo bicchiere disponibile sul tavolino e lo scaglia contro l&#8217;energico Gianluca, rasentando l&#8217;omicidio volontario. Questi, comprensibilmente atterrito, elabora subito il dramma e lo accompagna per mano in una sequenza degna delle più eccelse sceneggiate napoletane, lanciandosi urlante contro la &#8220;povera&#8221; Federica. Intanto i coinquilini cercano di mettere a posto la situazione come possono, anche se qualcuno non ce la fa e si lascia trascinare dal fascino del teatro partenopeo. Il Grande Fratello, nel frattempo, è bravo a scegliere il tempo e calcare la ribalta al momento giusto, richiamando Gianluca all&#8217;ovile/confessionale proprio quando il climax cominciava a calare. Nel frattempo Federica è in giardino, a cercare di dimostrare che il suo gesto è assolutamente normale e comprensibile nelle famiglie chic della Roma bene: quella di via Veneto, dello Champagne e del &#8220;tacco 12&#8243;.&#8221;Mi ha detto che sono una fallita!&#8221;, continua a giustificarsi (evidentemente il fantasma del precariato terrorizza anche lei, in qualche modo).
Ma il Grande Fratello ha vinto. E&#8217; riuscito a trasformare un usato reality che ormai andava avanti a singhiozzo &#8211; attraverso escamotages, deus ex machina, inquadrature osé, colpi di scena, ecc. &#8211; in un autentico successo televisivo: 40,9% di share e 9.202.000 di ascolti. Senza considerare che il programma ha così guadagnato uno scivolo che per qualche giorno dovrebbe mantenere &#8220;on-air&#8221; i telespettatori.
Ebbene, la verità è una sola, e cioè che le grandi narrative teatrali classiche (la tragedia greca, il dramma dialettico del &#8217;600, la sceneggiata napoletana&#8230;) non muoiono mai e, anzi, funzionano forse ancora di più, oggi.
C&#8217;è solo una piccola differenza: questa non è una scena teatrale. Questa è la vita, signori!, la vita di un gruppo di ragazzi persi tra pettorali, tacchi alti, precariato e surf. E dove l&#8217;unico che sta davvero vincendo è proprio Gerri, che al di là del suo handycap, riesce a sorridere e a dimostrare che nella vita conta ben altro che una maglietta &#8220;vedo e non vedo&#8221; (per usare una frase che disse Federica, con molto acume direi!, proprio a Gerri). Non saprei dire se il Grande Fratello abbia scelto di inserire un non vedente per sottolineare un incontro/confronto tra due realtà sociali, o semplicemente per assoluto sadismo. Sta di fatto che è stata forse la prima cosa interessante ed educativa di questo programmino.
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		<title>Amaro Romano/ Il Capodanno: un bisogno di disordine che ci rende padroni del mondo!</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 13:58:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[capodanno]]></category>

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		<description><![CDATA[Il capodanno è la festa della &#8220;rivoluzione&#8221; per eccellenza. Rivoluzione nel senso astronomico e naturale. Rivoluzione nel senso sociale e politico. Rivoluzione nel senso umano. Non a caso si è inclini a considerare il nuovo anno come una nuova vita, e questo fatto si concreta in riti e mitologie di moltissime comunità. Il capodanno è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il capodanno è la festa della &#8220;rivoluzione&#8221; per eccellenza. Rivoluzione nel senso astronomico e naturale. Rivoluzione nel senso sociale e politico. Rivoluzione nel senso umano. Non a caso si è inclini a considerare il nuovo anno come una nuova vita, e questo fatto si concreta in riti e mitologie di moltissime comunità.</p>
<p>Il capodanno è la glorificazione del caos, del selvaggio, del disordinato, di tutto ciò che è fuori dal nostro mondo organizzato. E l&#8217;uomo si trasforma, ritualmente, nell&#8217;essenza stessa del disordine, del rumore, della luce impazzita dei fuochi. Si addobba la casa di buffi orpelli. Si è dediti alla fuga alcoolica. Si preferisce il rosso sanguigno. Si balla. Si grida. E tutto ciò acquista valore.<span id="more-106"></span></p>
<p>Il problema è insito nella natura degli individui in società. Nelle spinte profonde e misteriose che animano l&#8217;euforia devastatrice, il godereccio senso di distruzione. Come un richiamo ad un habitat selvatico e pericoloso che abbiamo lasciato per dedicarci alla civiltà, ma al quale, negli imi anfratti dell&#8217;anima, a volte ci riconduciamo con un pizzico di nostalgia: per non dimenticare da dove veniamo!</p>
<p>Ma vorrei non addentrarmi troppo negli aspetti psicologici della questione, preferendo sottolineare ancora il fatto etno-antropologico che è il capodanno stesso a portare con sé disordine e distruzione. Ha radici antichissime e funzioni sociali fortemente legate al capovolgimento/smantellamento degli schemi imposti col fine ultimo di consolidarli nell&#8217;ambito della vita di tutti i giorni. Un modello secondo cui si impazzisce per scongiurare la pazzia e ritrovare la calma, si disordina per comprendere e accettare l&#8217;ordine. Come tanti altri riti del genere: il Re che diventa schiavo e viene sbeffeggiato dalla comunità, la casa il tempio o l&#8217;immagine sacra che brucia o viene distrutta, il Dio che viene fatto a pezzi e mangiato&#8230;</p>
<p>Tutto ciò con l&#8217;unico grande necessario immancabile e incommensurabile obiettivo di comprendere e ristabilire l&#8217;Ordine, e dare ancora una volta prova che il mondo è sotto il nostro controllo. Che vi apparteniamo e possiamo piegarlo ai nostri bisogni. Possiamo coltivarlo per sfamarci e addomesticarlo per proteggerci. Possiamo viverlo. Ma tutto ciò solo grazie all&#8217;Ordine.</p>
<blockquote><p>&#8220;Nell&#8217;anno egiziano c&#8217;è una stagione, quella dell&#8217;inondazione del Nilo, che è effettivamente il presupposto necessario della vita del paese che, senza il Nilo, sarebbe un deserto inabitabile. [...] Il ciclo festivo di Osiride (che nel mito figura anche come annegato nel Nilo) si celebra verso la fine della stagione dell&#8217;inondazione, [...] e si chiude con una festa a carattere di capodanno, in cui il re (Osiride, nda) agisce come Hor (prototipo della sovranità del re egiziano) che sale al trono.&#8221; (A. Brelich &#8220;Il politeismo&#8221;, a cura di M. Massenzio e A. Alessandri, Editori Riuniti, 2007)</p></blockquote>
<p>Cioè, l&#8217;annegamento di Osiride (grande personaggio semi-mitologico della tradizione dell&#8217;antico Egitto) e dunque il disordine/distruzione portato dal Nilo durante la piena è l&#8217;occasione per la festa di Capodanno dove al caos devastatore si sovappone la nascita/resurrezione di Hor/Osiride, sovrano ideale e reale d&#8217;Egitto, e cosìun altro anno di coltivazione (ordine) e benessere (vita) per la popolazione.</p>
<blockquote><p>Fabbricando una casa, l&#8217;uomo con ciò stesso recinta una parte dello spazio, la quale, a differenza della sfera esterna, è percepita come ordinata e culturalmente acquisita. Tuttavia, questa contrapposizione iniziale acquista un senso culturale solo sullo sfondo di infrazioni continue in un senso e nell&#8217;altro.&#8221; (J.M. Lotman, &#8220;Tesi per una semiotica delle culture&#8221;, a cura di F. Sedda, Meltemi, 2006)</p></blockquote>
<p>Ovvero, tra lo spazio ordinato interno al recinto (che sia una casa o una società strutturata e culturalizzata) e quello disordinato esterno (la giungla, il mare aperto, il quartiere malfamato o lo spazio immateriale della follia&#8230;) c&#8217;è un rapporto di scambio continuo, nel senso che se non fossimo coscienti del disordine che abbiamo intorno difficilmente potremmo accettare e acquisire l&#8217;ordine che costruiamo, e del quale ci circondiamo.</p>
<p>Il Capodanno ci aiuta a comprendere e accettare la struttura sociale e le leggi del nostro mondo civile, attraverso il richiamo rituale della distruzione/morte, fuori e dentro di noi&#8230;</p>
<p>&#8230;e allora è proprio il caso di dire: buon 2009 a tutti.</p>
<form id="vozme_form_c845cce62cf18600019a636164f329fe" method="post" name="vozme_form_c845cce62cf18600019a636164f329fe" target="c845cce62cf18600019a636164f329fe" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Amaro Romano/ Il Capodanno: un bisogno di disordine che ci rende padroni del mondo!.. Il capodanno è la festa della &#8220;rivoluzione&#8221; per eccellenza. Rivoluzione nel senso astronomico e naturale. Rivoluzione nel senso sociale e politico. Rivoluzione nel senso umano. Non a caso si è inclini a considerare il nuovo anno come una nuova vita, e questo fatto si concreta in riti e mitologie di moltissime comunità.
Il capodanno è la glorificazione del caos, del selvaggio, del disordinato, di tutto ciò che è fuori dal nostro mondo organizzato. E l&#8217;uomo si trasforma, ritualmente, nell&#8217;essenza stessa del disordine, del rumore, della luce impazzita dei fuochi. Si addobba la casa di buffi orpelli. Si è dediti alla fuga alcoolica. Si preferisce il rosso sanguigno. Si balla. Si grida. E tutto ciò acquista valore.
Il problema è insito nella natura degli individui in società. Nelle spinte profonde e misteriose che animano l&#8217;euforia devastatrice, il godereccio senso di distruzione. Come un richiamo ad un habitat selvatico e pericoloso che abbiamo lasciato per dedicarci alla civiltà, ma al quale, negli imi anfratti dell&#8217;anima, a volte ci riconduciamo con un pizzico di nostalgia: per non dimenticare da dove veniamo!
Ma vorrei non addentrarmi troppo negli aspetti psicologici della questione, preferendo sottolineare ancora il fatto etno-antropologico che è il capodanno stesso a portare con sé disordine e distruzione. Ha radici antichissime e funzioni sociali fortemente legate al capovolgimento/smantellamento degli schemi imposti col fine ultimo di consolidarli nell&#8217;ambito della vita di tutti i giorni. Un modello secondo cui si impazzisce per scongiurare la pazzia e ritrovare la calma, si disordina per comprendere e accettare l&#8217;ordine. Come tanti altri riti del genere: il Re che diventa schiavo e viene sbeffeggiato dalla comunità, la casa il tempio o l&#8217;immagine sacra che brucia o viene distrutta, il Dio che viene fatto a pezzi e mangiato&#8230;
Tutto ciò con l&#8217;unico grande necessario immancabile e incommensurabile obiettivo di comprendere e ristabilire l&#8217;Ordine, e dare ancora una volta prova che il mondo è sotto il nostro controllo. Che vi apparteniamo e possiamo piegarlo ai nostri bisogni. Possiamo coltivarlo per sfamarci e addomesticarlo per proteggerci. Possiamo viverlo. Ma tutto ciò solo grazie all&#8217;Ordine.
&#8220;Nell&#8217;anno egiziano c&#8217;è una stagione, quella dell&#8217;inondazione del Nilo, che è effettivamente il presupposto necessario della vita del paese che, senza il Nilo, sarebbe un deserto inabitabile. [...] Il ciclo festivo di Osiride (che nel mito figura anche come annegato nel Nilo) si celebra verso la fine della stagione dell&#8217;inondazione, [...] e si chiude con una festa a carattere di capodanno, in cui il re (Osiride, nda) agisce come Hor (prototipo della sovranità del re egiziano) che sale al trono.&#8221; (A. Brelich &#8220;Il politeismo&#8221;, a cura di M. Massenzio e A. Alessandri, Editori Riuniti, 2007)
Cioè, l&#8217;annegamento di Osiride (grande personaggio semi-mitologico della tradizione dell&#8217;antico Egitto) e dunque il disordine/distruzione portato dal Nilo durante la piena è l&#8217;occasione per la festa di Capodanno dove al caos devastatore si sovappone la nascita/resurrezione di Hor/Osiride, sovrano ideale e reale d&#8217;Egitto, e cosìun altro anno di coltivazione (ordine) e benessere (vita) per la popolazione.
Fabbricando una casa, l&#8217;uomo con ciò stesso recinta una parte dello spazio, la quale, a differenza della sfera esterna, è percepita come ordinata e culturalmente acquisita. Tuttavia, questa contrapposizione iniziale acquista un senso culturale solo sullo sfondo di infrazioni continue in un senso e nell&#8217;altro.&#8221; (J.M. Lotman, &#8220;Tesi per una semiotica delle culture&#8221;, a cura di F. Sedda, Meltemi, 2006)
Ovvero, tra lo spazio ordinato interno al recinto (che sia una casa o una società strutturata e culturalizzata) e quello disordinato esterno (la giungla, il mare aperto, il quartiere malfamato o lo spazio immateriale della follia&#8230;) c&#8217;è un rapporto di scambio continuo, nel senso che se non fossimo coscienti del disordine che abbiamo intorno difficilmente potremmo accettare e acquisire l&#8217;ordine che costruiamo, e del quale ci circondiamo.
Il Capodanno ci aiuta a comprendere e accettare la struttura sociale e le leggi del nostro mondo civile, attraverso il richiamo rituale della distruzione/morte, fuori e dentro di noi&#8230;
&#8230;e allora è proprio il caso di dire: buon 2009 a tutti.
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		<title>Amaro Romano/ Due parole sulla crisi&#8230; della sostenibilità!</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Dec 2008 21:26:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell&#8217;editoriale di Nuova Energia di questo mese &#8211; periodico su energia e sviluppo sostenibile &#8211; si cela un sinistro dubbio: che ne sarà dei tanti progetti in campo ambientale, energetico, sociale&#8230; avanzati prima che l&#8217;economia mondiale andasse in tilt? Venivamo (ricordate?) da un dibattito pubblico europeo sull&#8217;ambiente, sulle energie rinnovabili, sui nuovi sistemi di gestione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell&#8217;editoriale di Nuova Energia di questo mese &#8211; periodico su energia e sviluppo sostenibile &#8211; si cela un sinistro dubbio: che ne sarà dei tanti progetti in campo ambientale, energetico, sociale&#8230; avanzati prima che l&#8217;economia mondiale andasse in tilt?</p>
<p><span id="more-105"></span></p>
<p>Venivamo (ricordate?) da un dibattito pubblico europeo sull&#8217;ambiente, sulle energie rinnovabili, sui nuovi sistemi di gestione e ottimizzazione dell&#8217;energia, sul risparmio, sulla salvaguardia delle fonti non rinnovabili&#8230; Tutti i politici ne parlavano, si intervistavano scienziati, si ascoltavano pareri e strategie, si cercava di chiudere il rubinetto dell&#8217;acqua più spesso, si compravano lampadine a risparmio energetico, si conteneva la dispersione di calore dalle stanze, si apriva poco il frigorifero. Si metteva in moto l&#8217;auto con un vago senso di colpa, e ad ogni accelerata si alzavano gli occhi al cielo come a dire: &#8220;perdonami, ho dovuto!&#8221;. Le statistiche sembravano prese dalle ultime rivelazioni di Nostradamus e in tv si accavallavano le immagini sulla desertificazione, sui ghiacciai che si stanno sciogliendo, sull&#8217;ultimo animale a rischio estinzione. Avevamo paura per ciò che in poco più di cento anni avevamo fatto al pianeta&#8230; e avevamo ragione!</p>
<p>Poi arrivò la crisi economica e &#8211; si sa! &#8211; quando ci sono di mezzo i soldi tutto cambia. In questo periodo di fatiche e minestrine si cerca di raschiare il fondo della pentola, e anche pochi centesimi fanno la differenza. Allora, come spesso accade nelle circostanze critiche, si cerca una leva per ribaltare l&#8217;ottica di 180 gradi pur restando coerenti con sé stessi, legittimando l&#8217;illegittimabile. Il ragionamento a &#8220;spirale&#8221;.</p>
<p>Il ragionamento a spirale è molto semplice, e funziona così: c&#8217;è la crisi! Punto.</p>
<p>O meglio &#8211; permettetemi un tecnicismo &#8211; tutto ciò che non rientra nella condizione della spirale è &#8220;fuori dal mondo&#8221; e &#8220;fuori dal tempo&#8221;. Mi spiego: la nostra società/cultura è &#8220;hic et nunc&#8221;, cioè &#8220;qui e ora&#8221;; è questo che ci mette in relazione col resto della società, e quindi ci assicura l&#8217;appartenenza alla cultura, al territorio, al Paese. E&#8217; quello che ci permette di dire &#8220;io sono italiano&#8221;, ovvero lo sono &#8220;ora&#8221; e lo sono &#8220;qui&#8221;. Chi non appartiene, &#8220;non è qui e non è ora&#8221;. E&#8217;, per l&#8217;appunto, fuori dal mondo e fuori dal tempo (oltretutto, è per questa ragione che esistono le tombe, proprio per mantenere &#8220;qui e ora&#8221; i propri defunti, per mantenerli nel nostro mondo e nel nostro tempo&#8230;). Il ragionamento a spirale gioca proprio su questo fattore profondo e imperscrutabile, dicendo &#8220;la crisi c&#8217;è qui e c&#8217;è ora&#8221;; e in questo modo tutto perde valore a confronto. E dunque non sono più ammesse eccezioni, proroghe o condoni. La crisi diventa la leva che ribalta l&#8217;ottica, e permette di legittimare qualsiasi posizione, anche la più assurda. La spirale attrae verso il centro coloro che si attengono alla condizione ed esclude tutti gli altri, li emargina, li de-storicizza.</p>
<p>Il miglior modo per imporre un&#8217;opinione, oggi, è ridurre al silenzio (o al ridicolo) le altre. Eliminare la possibilità di scelta, il pluralismo, l&#8217;altra voce. E ogni buon costituzionalista che si rispetti sa che la Libertà di pensiero non consiste nella possibilità di pensarla come si vuole, ma nella possibilità di NON pensarla come gli altri. La differenza è sottile, ma sostanziale.</p>
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Venivamo (ricordate?) da un dibattito pubblico europeo sull&#8217;ambiente, sulle energie rinnovabili, sui nuovi sistemi di gestione e ottimizzazione dell&#8217;energia, sul risparmio, sulla salvaguardia delle fonti non rinnovabili&#8230; Tutti i politici ne parlavano, si intervistavano scienziati, si ascoltavano pareri e strategie, si cercava di chiudere il rubinetto dell&#8217;acqua più spesso, si compravano lampadine a risparmio energetico, si conteneva la dispersione di calore dalle stanze, si apriva poco il frigorifero. Si metteva in moto l&#8217;auto con un vago senso di colpa, e ad ogni accelerata si alzavano gli occhi al cielo come a dire: &#8220;perdonami, ho dovuto!&#8221;. Le statistiche sembravano prese dalle ultime rivelazioni di Nostradamus e in tv si accavallavano le immagini sulla desertificazione, sui ghiacciai che si stanno sciogliendo, sull&#8217;ultimo animale a rischio estinzione. Avevamo paura per ciò che in poco più di cento anni avevamo fatto al pianeta&#8230; e avevamo ragione!
Poi arrivò la crisi economica e &#8211; si sa! &#8211; quando ci sono di mezzo i soldi tutto cambia. In questo periodo di fatiche e minestrine si cerca di raschiare il fondo della pentola, e anche pochi centesimi fanno la differenza. Allora, come spesso accade nelle circostanze critiche, si cerca una leva per ribaltare l&#8217;ottica di 180 gradi pur restando coerenti con sé stessi, legittimando l&#8217;illegittimabile. Il ragionamento a &#8220;spirale&#8221;.
Il ragionamento a spirale è molto semplice, e funziona così: c&#8217;è la crisi! Punto.
O meglio &#8211; permettetemi un tecnicismo &#8211; tutto ciò che non rientra nella condizione della spirale è &#8220;fuori dal mondo&#8221; e &#8220;fuori dal tempo&#8221;. Mi spiego: la nostra società/cultura è &#8220;hic et nunc&#8221;, cioè &#8220;qui e ora&#8221;; è questo che ci mette in relazione col resto della società, e quindi ci assicura l&#8217;appartenenza alla cultura, al territorio, al Paese. E&#8217; quello che ci permette di dire &#8220;io sono italiano&#8221;, ovvero lo sono &#8220;ora&#8221; e lo sono &#8220;qui&#8221;. Chi non appartiene, &#8220;non è qui e non è ora&#8221;. E&#8217;, per l&#8217;appunto, fuori dal mondo e fuori dal tempo (oltretutto, è per questa ragione che esistono le tombe, proprio per mantenere &#8220;qui e ora&#8221; i propri defunti, per mantenerli nel nostro mondo e nel nostro tempo&#8230;). Il ragionamento a spirale gioca proprio su questo fattore profondo e imperscrutabile, dicendo &#8220;la crisi c&#8217;è qui e c&#8217;è ora&#8221;; e in questo modo tutto perde valore a confronto. E dunque non sono più ammesse eccezioni, proroghe o condoni. La crisi diventa la leva che ribalta l&#8217;ottica, e permette di legittimare qualsiasi posizione, anche la più assurda. La spirale attrae verso il centro coloro che si attengono alla condizione ed esclude tutti gli altri, li emargina, li de-storicizza.
Il miglior modo per imporre un&#8217;opinione, oggi, è ridurre al silenzio (o al ridicolo) le altre. Eliminare la possibilità di scelta, il pluralismo, l&#8217;altra voce. E ogni buon costituzionalista che si rispetti sa che la Libertà di pensiero non consiste nella possibilità di pensarla come si vuole, ma nella possibilità di NON pensarla come gli altri. La differenza è sottile, ma sostanziale.
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