Loro l’acqua ce l’avevano. Loro. Parlo dei congressisti, ma soprattutto di quella ventina di capi di Stato che si sono riuniti dal 16 al 22 marzo nella splendida città di Istanbul (Turchia) per il Water World Forum – il congresso mondiale sull’acqua.

Obiettivo dichiarato delle società occidentali: garantire l’accesso all’acqua a quel miliardo e quattrocento milioni di esseri umani che oggi non possono permettersela. Obiettivo del Forum: cercare di rendere possibile l’obiettivo umanitario senza dispiacere alle multinazionali e ai gruppi di potere che trasformano l’acqua in un solido business.

Risultato?

Il risultato, dopo i ripetuti incontri preparatori (l’ultimo a gennaio, proprio a Roma), è la firma di un accordo che a molti di voi sorprenderà: l’acqua è una necessità. Un Manfredi d’altri tempi direbbe: “…e c’avete pure discusso ‘na settimana?”.

Ma che significa sostenere che l’acqua è una necessità, e non (per esempio) un diritto? Semplicemente, che se viene considerata una necessità dell’uomo, come il cibo o i vestiti, l’unico vincolo che gli Stati sono tenuti a rispettare – ammesso che lo facciano – è quello di garantirla… cioè metterla a disposizione sul territorio. Si parla di “accesso all’acqua” ma in un’accezione diversa, cioè in termini di offerta.

Le associazioni, le ONG e i rappresentanti dei partiti “antagonisti” si sono, per questo motivo, riuniti nei pressi del palazzo dei big, organizzando un controforum e – ahinoi!- scambiando qualche parola con gli agenti della Swat turca. Chiedevano una piccolissima modifica al trattato. Una modifica infinitesimale. Una sola parola. Una parola che porta con sé una forza troppo dirompente e incontrollabile: diritto.

Se l’acqua diventa un diritto allora il discorso cambia radicalmente. Tutto il trattato si regge in equilibrio su quello spazio bianco da riempire, nella frase “l’acqua è un … di tutti”. Il potere del linguaggio, pensate un po’. Per una parola scoppiano guerre o si stringono abbracci. Per una parola. E quando questa parola riguarda tutto il mondo, beh, allora è il caso di ragionarci sopra un bel po’. Magari interagendo anche con chi non la pensa come la maggioranza, e coinvolgendoli nel processo decisionale. Il dialogo è cruciale in quesi momenti. Ma al palazzo dei big si entra solo su invito. E tante associazioni, ONG e organizzazioni umanitarie non l’hanno mai ricevuto.

Se l’acqua è un diritto, dicevamo, deve essere garantito non solo l’accesso, ma anche la distribuzione. Se l’acqua è un diritto un miliardo e quattrocento milioni di persone muoiono anche per colpa nostra. Se l’acqua è un diritto, farla bere è un dovere. Perdonate il mio solito, amaro, pessimismo ma francamente mi sembra un po’ troppo per questo vecchio vecchio mondo.

Nessuno avrebbe mai ratificato un trattato che lo inchiodasse all’angolo del ring, o che inchiodasse i propri gruppi economici di potere. Specialmente quei paesi che, diciamocelo, fanno della carenza d’acqua un’arma micidiale per il controllo (o non-controllo) del territorio; per tagliare le gambe al vicino di casa; per limitare l’accesso al benessere ai “nemici”.

Credete che a qualcuno di quei big che hanno firmato il trattato importasse qualcosa? O li fate proprio così ignoranti? Oddio, a pensarci…

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: Giornalista pubblicista. Laureato in comunicazione politica e istituzionale. Appassionato di segni, immagini e modelli semioculturali nell'epoca del villaggio globale. Segue la politica nazionale, il settore sociale e il sistema dei media. Dai primi anni del 2000 scrive per testate locali e regionali, principalmente in politica e cronaca. Ha collaborato inoltre con riviste del settore tecnologico e dei new media, occupandosi di sistemi di comunicazione uomo-macchina, interfacce naturali e nuovi linguaggi artistici.
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