Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dà una scossa all’asse politico-strategico del suo dicastero e di tutto il centrodestra. Dopo i ripetuti appelli alla necessità di investire il tutto per tutto nella cosiddetta patrimonializzazione delle imprese – sostanzialmente una aumento di capitale per le banche – credendola l’unica cura veramente efficace per contrastare la crisi nel 2009, sposta improvvisamente il timone verso i cittadini e parla addirittura di ammortizzatori sociali per i precari.

Si è accorto che se non si dà un po’ d’ossigeno anche ai risparmiatori non si va da nessuna parte. Oppure ha accolto la “dottrina Franceschini” anche lui. O, più semplicemente, si avvicinano le elezioni provinciali ed europee.

Sì perché se qualcuno non se ne fosse ancora accorto, o l’abbia dimenticato, il 6 e 7 giugno si voterà nei comuni e nelle province, e oltretutto alle schede italiane si aggiungerà anche la scheda elettiva per il rinnovo del Parlamento europeo. Un appuntamento che molti – specie nel Partito Democratico, ma anche fra gli outsiders di destra e di sinistra – non hanno esitato a definire “immancabile”, proprio in considerazione della delicata situazione economica e dell’operato del Governo Berlusconi che in questa legislatura ha apportato numerosi cambiamenti.

C’è un fantasma dunque che si aggira per l’Italia – come si dice in questi casi! – che si chiama “scheda elettorale” e che in una situazione come questa è necessario, per la maggioranza di Governo, non sottovalutare. All’indomani del nuovo millennio, in fin dei conti, tutto si gioca sul filo della propaganda politica e lo show business legato all’affascinante mondo del marketing di governo assume un ruolo decisivo per i partiti e le coalizioni maggiori. Siamo nell’era della realpolitik radicale: tutto è progettatato, organizzato e promosso per ottenere voti.

E questo mi porta ad immaginare una serie di ragioni che spingono centrodestra e centrosinistra a muoversi in favore delle classi deboli (o debolissime) della società, proprio in momenti come questo. Insomma, più si avvicinano le elezioni e più la classe dirigente si prodiga in favore dei ceti bassi, quasi fosse un cammino verso la santità. Ma è interessante provare a dare un’interpretazione dei due punti di vista.

Dal punto di vista del centrodestra, appare assolutamente normale puntare al pressing sul popolo, usando una delle leve più sperimentate ed efficaci del XX secolo: la paura. Stimolare tensione e inquietudine ha sempre portato benefici alla compagine che si dimostra in grado di prendere in mano le redini dello Stato, in maniera anche radicale, adottando misure estreme tese ad estirpare il problema. Questo tipo di strategia politica è stata (e continua ad essere) utilizzata in molti paesi del mondo perché, in termini concreti, è quella meno impegnativa e più efficace. E’ quella adottata dal centrodestra in campagna elettorale, quando ha lasciato che serpeggiasse tra la popolazione il terrore degli stranieri, dell’economia a rotoli, dei comunisti stalinisti, persino dei cani assassini assetati di sangue umano. Questa tecnica funziona perché controllare chi ha paura è più facile, e soprattutto assicura consenso.

Dal punto di vista opposto, quello del centrosinistra, la strategia cambia. Si punta – in maniera un po’ anacronistica, a mio avviso! – al consenso allargato, cercando di accontentare un po’ tutti, e lasciando molto spesso che i dibattiti intorno ai temi più delicati e importanti si protraessero ad libitum, per non scontentare nessuno. A volte abbandonandoli del tutto, nel corso del tempo (pensiamo al dialogo intorno ai Pacs o al testamento biologico stesso, tristemente caduti nel dimenticatoio). Cercando una continua intesa multilaterale, si cerca di infondere coraggio e soprattutto autorevolezza ponendosi nel ruolo del “buon padre di famiglia”: comprensivo, obiettivo ma soprattutto buono (la severità è un “male necessario”). Una strategia che sembra inefficace nel breve periodo, ma che può comunque avere effetti molto positivi nel lungo termine – non è un caso che le politiche di centrosinistra siano focalizzate su obiettivi a lungo termine; e la stessa strategia, inoltre, è stata messa in campo da John Kerry alle presidenziali americane del 2004, quando ha raccontato non a caso la storiella del “buon uomo, buon marito e buon padre”.

Ora Dario Franceschini spinge sul reddito minimo garantito. Silvio Berlusconi rilancia incredibilmente con gli ammortizzatori sociali. I precari sembrano la fascia più gettonata da ambo gli schieramenti. Infatti, si stima che questa parte della popolazione sia in costante crescita e, di qui a poco, caratterizzerà l’intero sistema lavorativo italiano. Inoltre il lavoro precario è fortemente sviluppato proprio nei centri di medie o medio-piccole dimensioni (oggetto delle votazioni di giugno). Sarà un caso?

Quel che è certo è che, molto probabilmente, arriverà una ventata di quattrini. E di questi tempi, meglio approfittarne! E, a proposito, occhio ai requisiti per accedere al reddito minimo nel Lazio…

Aggiornamento del 7 marzo 2009:

Silvio Berlusconi ha detto no alla proposta Franceschini sul reddito minimo garantito perché, sostiene, sarebbe una “licenza a licenziare”, e pare stia cercando di manovrare il barcone del Governo verso un approccio diverso rispetto a quanto abbiamo finora descritto. Berlusconi, infatti, ha scelto di spostare l’attenzione su un’altra leva generatrice di consenso: la speranza (evidentemente in controtendenza rispetto al resto del Cdm) e dichiara stamane: la crisi non è così terribile. Tremonti – che appena poche decine di ore fa aveva lanciato l’annus horribilis – non ha perso tempo a ritrattare, cercando di ingoiare la pillola…

Ma Berlusconi ha già studiato il nuovo piano strategico: ottimismo e fiducia a go-go! E giù annunci pubblicitari di fondi miliardari, quattrini a palate, fondi fondi fondi… al ché, giustamente, Dario Franceschini ha ribattuto: ma li tiri fuori questi fondi!!!

Ma la macchina monogovernativa del premier è già in funzione (con buona pace dei ministri “tagliati”, come la Gelmini e la Prestigiacomo, infuriate per l’imprevista operazione dimagrante!): 16 miliardi e 600 milioni pronti a Palazzo Chigi per le infrastrutture. Riaffiora così il demone antico di casa Berlusconi: il mattone.

Ponte sullo Stretto: 1,3 miliardi (spesa complessiva stimata oltre 6 miliardi). Sistema Mo.Se. a Venezia: 800 milioni. Alta velocità: quasi 3 miliardi (primi lavori, ovviamente, Milano-Genova e Milano-Verona). Poi un curioso fondo di poco più di 1 miliardo e mezzo per la costruzione di: metro C a Roma, metro regionale campana, metropolitana di Palermo, Catania, Bari e Cagliari, adeguamenti per la Parma Brescia e Bologna e infine (con gli avanzi) la rete di trasporto per l’Expo di Milano del 2015. Infine tutta una serie di interventi stradali (tra cui trafori, autostrade, ecc.) con il completamento della ormai mitologica Salerno-Reggio Calabria: 2 miliardi di euro ai quali – assicura Berlusconi! – si aggiungeranno altri 8 miliardi di fondi privati. A tutto questo si deve aggiungere 1 miliardo per la ristrutturazione delle scuole e 200 milioni per l’emergenza carceraria.

Sembra la spesa di Totò in “Miseria e nobiltà”…

Comunque, il risultato da raggiungere è il consenso, non le opere. Questo è l’aspetto che più ci interessa. E questa brusca virata del Governo può essere spiegata solo in un modo: Franceschini sta facendo paura. Non tanto lo spessore politico, piuttosto l’orizzonte di pragmatismo fa paura; perché capace di essere davvero concorrenziale rispetto a quello del premier, al quale siamo ormai assuefatti. La “strillata” del neosegretario del PD sul reddito medio – e la recentissima legge regionale laziale che l’ha introdotto sul serio! – probabilmente ha spiazzato la maggioranza. Ecco allora che serve un piano B. La paura fa guadagnare consenso, ma i soldi di più. E siccome, dal punto di vista del premier-magnate, di soldi al popolo non se ne parla (lo ribadisce in continuazione) ecco che serve una strategia “alternativa”: occorre giocare su qualcosa che faccia gola ai “poveri”. E sotto questo punto di vista è perfettamente normale tirare in ballo il sempreverde Ponte sullo Stretto, la leggenda del completamento della Salerno-Reggio, il mito dell’Alta Velocità e la metro C a Roma… anch’essa candidata al Tempio delle opere incompiute.

Insomma, Franceschini e Berlusconi prometto due El Dorado distinte ma pur sempre appetibili per stomaci secchi come quelli della maggior parte degli italiani. Speriamo di riuscire a mettere qualcosa in pancia!

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: Giornalista pubblicista. Laureato in comunicazione politica e istituzionale. Appassionato di segni, immagini e modelli semioculturali nell'epoca del villaggio globale. Segue la politica nazionale, il settore sociale e il sistema dei media. Dai primi anni del 2000 scrive per testate locali e regionali, principalmente in politica e cronaca. Ha collaborato inoltre con riviste del settore tecnologico e dei new media, occupandosi di sistemi di comunicazione uomo-macchina, interfacce naturali e nuovi linguaggi artistici.
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